A metà del guado

9 Settembre 2005

Primo inverno sotto i tropici. E’ tempo di potatura e le acacie rosse delle vie di Maputo sembrano braccia scheletriche che sbucano da sotto i marciapiedi. Hanno qualcosa di lugubre, di struggente, quasi gli alberi fossero stati puniti per i loro eccessi primaverili.

Dopo un mese e mezzo di Mittel-Europa verace, mi tocca di nuovo rimboccare la zanzariera sotto il materasso, disinfettare la verdura e contare gli scarafaggi sulle scale di casa. Sono anni luce dai girasoli di Prèvessin, dalle rive del Lemano, da Court Saint Pierre, dai bistrot ginevrini dove mangi l’entrecôte à point e compri fumetti usati. Anni luce dai gerani rossi appesi alle fontane, dai semafori che diventano gialli anche prima del verde, dal mercatino di Planpalais del sabato che quasi quasi sembra il vecchio Balôn di Torino, non fosse tutto così ordinatamente disordinato. Anni luce dai prati verdi che sanno di pioggia, dai sacchetti per il cane che si chiamano “Bravo”, da Monsieur Propre, dal Monte Bianco che sbuca all’orizzonte e tu ti senti più tranquillo per il semplice fatto che lui sta lì, immobile.

Il bello, quaggiù in Mozambico, ha un timbro diverso e, il più delle volte, punge come uno spillo. I vestiti usati che si vendono al mercato di Xipamanine si chiamano “Calamidade” perché così sta scritto sui pacchi degli aiuti umanitari da cui in genere provengono.

Dove le regole del gioco non sono ancora del tutto cristalline anche una semplice disputa in un Consiglio comunale può finire in tragedia. E’ successo all’inizio della settimana a Mocimboa da Praia, un comune a Nord che conta poco meno di 15 mila abitanti. Al senhor Assane, l’amministratore locale della Renano, la recente sconfitta elettorale proprio non gli è andata giù e dopo mesi di insulti e “dagli all’untore”, una mattina si è svegliato, si è armato di arco e frecce e, novello Tremalnaik, ha dato inizio agli scontri. Pedro, per parte sua, suo avversario frelimista, non si è certo fatto pregare, e in quattro e quattr’otto ha preso il macete appeso sulla porta. La cittadina di pescatori non è stata ad assistere in silenzio a questa scena alla Mezzogiorno di Fuoco e il risultato di questo piu’ che normale quadretto di democrazia africana sono stati 12 morti, 57 feriti e 20 case incendiate. Già che il Mozambico è stato eletto dall’Unione Europea quale “modello da esportare nel continente”, non ci resta che sperare che il cargo affondi prima di arrivare a destinazione.

Itavonana munzuku! (ce se vede)

3 Luglio 2005

Tante cose mancano all’appello. Eppure stanno lì e hanno l’odore di Maputo.

Le strepitose doppie voci di Alcidio e le sue mani callose. Il wiskey venduto in bustine. Le dita nel naso, come fosse una cosa assolutamente normale. Ma guai a mangiarsi le unghie. La sera che si riempie di fumo e di carbone. L’ululato dei cani per le strade.

La danza dei polli nella chiesa della Culturarte, quella mattina alle 8. Franz, il coreografo francese e Simião, che ci ha conquistati entrambi. Panaibra, Edwaldo e Orazio che girano il mondo con i loro balletti.

Le infinite discussioni su sviluppo, cooperazione, diritti umani. L’Africa che si svende, l’Onu che compra, la ricerca di senso, la distribuzione di colpe. Le passioni tristi. Il cinismo di chi se ne va, il riduttivismo di chi salva qualcosa e l’afro-ottimismo, che c’è chi afferma sia un crimine contro l’informazione. I caju dell’UGC.

Le magliette: “Mozambico autarchico”, “Manda a scuola un amico”, “Dieci anni di comunità agricole”, “La força da mudança”, “Educamos à acabar com a pobreza”, “O dia do ambiente”, “O dia da liberdade de imprensa”, “O dia do Hiv/Sida”, “O dia da malaria”, “O dia da independência” e, ovviamente, “Vodacom, liga-me”.

La biblioteca nazionale che puzza di bagno pubblico e tiene in bella vista “Taiwan aujourd’ui” del ’96 e “Vetrate italiane” edizioni Electa.

La luna, che anche a Maputo cresce e cala, ma lo fa in orizzontale e non in verticale e a metà percorso sembra una tazzina di caffè senza manico. I fanalini delle macchine, bloccati con strisce di metallo perché nessuno li rubi. I banditi, (i ninja li chiamano qui), che la notte, se ti aggiri per le strade, fanno davvero paura.

Le frittelle vendute sui marciapiedi insieme al pane e al burro. L’asilo vicino casa, che hanno dipinto di rosa con Barbie sul muro. Le frasi che finiscono con “ne”, proprio come in piemontese e non mi pare una coincidenza da poco. Il venerdì che esce “Savana” e in terza pagina c’è l’articolo di Mia Couto. E mai una volta che sia inutile.

L’inno mozambicano, intenso come dovrebbe essere un inno nazionale. E non è proprio giusto che se io penso all’inno italiano mi viene in mente Totti.

Gli annunci su “Noticias”, che ricordano “Cuore” di quando ero ragazzina: Ibrahimo, medico tradizionale, esperto in recupero immediato e definitivo di amori perduti, denaro, salute, guarisce problemi polmonari, risolve definitivamente dolori alla testa e impotenza, ritarda l’AIDS. Per certe cose non c’è rimedio.

I ragazzi che camminano dandosi la mano. Magari sono fratelli, magari no.

Giordano, le colazioni, cosa hai sognato?, le sigarette, il Tang So Do, le prime note, magari si potrebbe, perché non facciamo, Alisei vuole, soste poche, per mangiare, una pasta da Mimmo, matapa, un frango sulla spiaggia e di nuovo al lavoro, dentro il computer, calcoli, fatture, Cabo Delgado, Florestas, Stampa 2, Milano ce la farà mai a inviare il nuovo capo-progetto del sanitario, per fortuna c’è Laurance, il sindacato-dio-come-li-odio-quelli, quasi quanto Naima, che sembra il nome di un antibiotico (vuoi un Naima? Guarda che poi ti passa…), ha chiamato Giovanna, quanto volete, i soldi ci sono, se no li troviamo, non vi preoccupate. L’auto-ironia è il solo rimedio, dottor Bertini. Ti va una birra al Cardoso? Mai prendersi troppo sul serio. Mai crederci troppo. In fondo in fondo siamo solo scappati di casa. Mas pronto.

Zambesia (2)

27 Giugno 2005

… la mattina prima di iniziare a lavorare o la sera prima che il sole tramonti vado in bicicletta. Ne ho una da uomo stupenda. Hero, un monopolio, a giudicare dalla diffusione. Ha persino la sacca di pelle per gli attrezzi dietro il sellino. Gli attrezzi non ci sono, ma vuoi mettere la classe? …

Una domenica di giugno

21 Giugno 2005

Non è vero che in Africa la vita vale di meno. Non è vero che dove la morte è più probabile fa meno paura. Non è vero che ci si abitua al dolore e alla sofferenza, anche se te li ritrovi davanti tutti i santi giorni. Venerdì è morto il padre di Nordino, per gli amici Job. Domenica a Xipamanine c’è stato il funerale. La famiglia di Job è musulmana e così, prima della cerimonia, sono passata in moschea a prendere lo sche per la funzione. Nel cortile della moschea ci sono due alberi con su scritto “Felicidade”, un’officina meccanica per la riparazione degli chiapas e una fila di capretti urlanti in attesa della macellazione. Tutto in un unico cortile. Fuori uno dei barrios più poveri di Maputo, un mercato enorme, un labirinto di vicoli, sentieri, baracche tirate su poco importa come, purché ci sia un tetto. Per la strada gruppi di bambini, sudici come solo sanno esserlo i bambini mentre giocano. Sul muro di cinta gli slogan del disordine mondiale: Bin Laden, The Cure, Renamo Boys, w Roberto, a minha cerveja.

La cerimonia che conclude il lutto è riservata agli uomini. L’Islam funziona così. Lo sche, con i calzini, il turbante e la tunica di un bianco immacolato, raccoglie i presenti in una stanzino mentre la madrasta e le donne, fuori, aspettano. E io con loro mangio i biscotti a forma di metical che mi hanno offerto insieme al succo di frutta. Una scena composta, il profumo dell’incenso nell’aria, parole sussurrate, qualche abbraccio distante. Job prima della sepoltura ha dovuto lavare il corpo del padre e adesso sono due giorni che non dorme e si tormenta. “Sei stato coraggioso” gli faccio, mentre lo riaccompagno a casa.

In Mozambico non strisciano soltanto i mamba verdi, temibili serpenti detti “dei sette passi”, perché se ti mordono quello è quanto ti resta da vivere. Nel sottobosco metropolitano circolano, altrettanto insidiose, le fofocas. Che, malgrado l’apparenza, non sono mammiferi pelosi protetti dal Wwf, ma rumores o, se si preferisce, pettegolezzi. La vita politica, i rapporti familiari, le carriere professionali sono del tutto in balìa di feroci professionisti delle fofocas. Più reali della realtà, e certo non a rischio di estinzione, le dicerie condizionano successi o fallimenti, decidono presenze e assenze, ripartiscono ricchezze e privilegi, selezionano simpatie, mode e sfighe, sanciscono il lecito e l’illecito. Difficile sottrarsi a quanto stabilito da questo fittissimo controllo sociale. E’ la tua parola contro la loro, e la loro, non c’è niente da fare, in questo mondo vale di più. Un po’ come se lo avesse detto Maria de Filippi.

C’è una clinica a Maputo che si chiama Dente Feliz. Sarà, ma non mi fido. La domenica del funerale del padre di Job ho accompagnato un amico all’ospedale centrale. Si è distorto una caviglia e dunque gli hanno messo il gesso. Non è che ci siano molte alternative qui: o ti mettono il gesso o non te lo mettono. Non esistono, chessò, le bende elastiche, i tutori, le fasciature semi-rigide. No, qui dall’ospedale o esci con il gesso, che significa che hai qualcosa, o esci senza gesso. Che vuol dire che facevi finta.

Xipamanine (e altri scatti)

20 Giugno 2005

… entrare a Xipamanine è piuttosto facile. Molto, ma molto meno uscirne, essendo un labirinto fittissimo e denso che non riesci neanche a vedere il cielo e a renderti conto se per caso sta piovendo…