Chapa mon amour (II parte)

25 Ottobre 2005

Lo chapa per un motorista è un po’ come lo scooter per un liceale. Uno status, una moda, un’occasione per far vedere quanto sei ‘gggiusto. E quanto lo sei dipende, in maniera direttamente proporzionale, dal numero di adesivi colorati che campeggiano sul ciclomotore e dai decibel emessi dalla marmitta. Per gli chapa vale la stessa regola.

Uno chapa non sarà mai uguale preciso a un altro chapa. Se si eccettua il fumo nero dello scarico. Le collanine appese agli specchietti retrovisori, le bottiglie di Coca-Cola o di Sprite attaccate al tetto, le fodere plastificate dei sedili, le scritte ad effetto sulla fiancata, sommate alle pittoresche imperfezioni della carrozzeria mi richiamano alla memoria “La corsa piu’ pazza del mondo”. Intendo il cartone di Hanna & Barbera (ma sono uno o due? Mai capito), quello con Dick Dasturdly, Penelope Pitstop, e l’immancabile “Mutley fa qualcoooosa!”. Quando mi fermo alla bomba di Plaça OMM nella mia testa parte la telecronaca: “No lift” supera “A passião de Cristo” sterzando pericolosamente davanti a “Doctor”, mentre “Pescador” e “Caçador” inseguono “Pink”. “Good luck” è in panne dopo essersi scontrato contro “One day”. “Superbus” arranca a fatica mentre “Folgado” (che poi è l’esatta riproduzione della Macigno Mobile) se la prende con “Touro Trans”. Ma ecco che “Vovô Mathe” (che poi significa nonno Matteo!) taglia il traguardo. La folla è in visibilio. Prima o poi, ne sono certa, dalla Kim il Sung sbucherà sulla Karl Marx, in una nuvola di fumo, il diabolico coupé.

Prima di avventurarsi su uno chapa leggere attentamente il foglietto illustrativo : mai eccedere in eleganza, riporre sempre i propri averi in un luogo giudicato sicuro (nella hit reggiseno, scarpe e slip), sorridere di tanto in tanto al cobrador, partecipare con sincero interesse alla conversazione, canticchiare i motivetti delle canzoni trasmesse dalla radio, respirare, se possibile con regolarità. Esercizi di yoga caldamente consigliati.

Nel negozio di elettrodomestici sulla Lenine c’è un grande televisore e la gente, di sera, se ne sta seduta lì davanti, sul marciapiede, a guardare il calcio e fare commenti come fosse al cinema.

Le sedie dei guardia meriterebbero un servizio fotografico. Anche le grate di ferro alle finestre: ce n’è di tutti i tipi e di tutte le forme.

Ieri per la prima volta non ho sentito il rumore della pioggia sui tetti di alluminio. Sarà abitudine?

I parcheggiatori, se glielo lasci fare, lavano le ruote delle macchine anche sotto il diluvio. Non so pensare a una cosa piu’ inutile.

E’ iniziato il conto alla rovescia. Porr’e’pa. Nell’arco del prossimo mese e mezzo la comunità internazionale dei “cooperanti randagi” si disperderà ai quattro angoli del mondo, nell’attesa di ricomporsi, con leve fresche di zecca, all’inizio del nuovo anno. Partono gli stagisti, i fellow, le internship e i volontari internazionali, partono i ragazzi in servizio civile internazionale, i missionari e i borsisti universitari. Lavoratori che solo gli imbecilli o i politicanti in cattiva fede continuano a chiamare “atipici”. Di contratti a tempo indeterminato a Maputo ce n’è meno che in Italia. Se possibile.

Chapa mon amour (I parte)

13 Ottobre 2005

Maputo va girata in chapa. Su questo non si transige. Daniele, cardiologo siciliano afro-entusiasta in prestito all’ospedale di Maputo, dello chapa è diventato, nel giro di pochi mesi, un autentico filosofo. I pulmini Hiace che sfrecciano impazziti nelle principali arterie della capitale più che un mezzo di trasporto sono a suo dire una condizione esistenziale, una dimensione umana, uno spaccato sociale, un micro-universo che incarna relazioni, ruoli e dinamiche culturali meglio di un qualunque manuale di Carlos Serra. Ecco allora un distillato di chapa-pensiero.

Gli attori. Innanzitutto c’è il motorista, che poi sarebbe l’autista. L’unico depositario di quella precisa e unica sequenza mistico-gestuale in grado di metter in moto lo chapa. Suo il controllo meccanico del mezzo, suo il dominio, imprescindibile, della radio, suo, più che tutto, il piede a spasso tra il freno e l’acceleratore e dunque, in definitiva, il diritto di vita e di morte sui passeggeri. Al motorista, in genere, si guarda con un misto di timore reverenziale. Al suo fianco, in un catulliano odi et amo, c’è sempre un cobrador, un po’ marketing manager, un po’ ruffiano, un po’ dittatore dello chapa. Appeso alla portiera del furgoncino che neanche un equilibrista cinese, il cobrador recita a mo’ di litania la destinazione finale incoraggiando i pedoni con sguardi ora seducenti ora minacciosi, a seconda dell’ora. Museu-Museu, Xipamanine-Xipamanine, Zimpeto-Zimpeto, Baixa-Baixa, Costa do Sol-Costa do Sol. Che poi distorti e biascicati assumono tutt’ altro suono. Qualcosa come M’su-M’su, Xipane-Xipane, Bschhhha-Bschhhha. Il cobrador ha il compito, meglio la missione, di individuare i clienti in strada, convincerli che nell’abitacolo c’è ancora posto nonostante le apparenze, pigiarli dentro con determinazione sfidando le comuni leggi della fisica, trovare il modo di estrarre chi deve scendere e, infine, intascare il denaro. Una volta lo chapa costava 100 meticais. Adesso è salito a 5000, 7000 per le tratte lunghe. Ma, come tutto, anche il costo del biglietto è negoziabile. Un sacco di patate, infatti, può costare, a seconda, 1000, 2000, o 3000 meticais.

Motorista e cobrador sono, rigorosamente, di sesso maschile e guadagnano a percentuale sugli incassi, spesso arrotondando lo stipendio in combutta con i vari ladrões, alias gli scippatori, categoria nella quale, da quanto mi risulta, vige invece la perfetta parità di genere. Il vero spauracchio del magico duo motorista-cobrador è la PT, la Policia de Transito, nelle tasche della quale finisce ogni giorno almeno il 10 per cento degli incassi di ogni chapa. La scusa ufficiale per farsi allungare una mancia è sempre la stessa: “Eppa, motorista, este chapa não tem condições!”. Esclamazione che, ammettiamolo, in genere descrive perfettamente la realtà.

Un semplice algoritmo costi-benefici-tempo-tragitto-numero di clienti basta da sé a spiegare il fare piuttosto sbrigativo che caratterizza i modi del personale di bordo di uno chapa. I passeggeri, per parte loro, affrontano i quotidiani viaggi in chapa con un’imperturbabilità quasi britannica. E malgrado l’esperienza multi-sensoriale ricordi il più delle volte uno stupro di gruppo o un rito dionisiaco (“Oggi ho sfiorato il concepimento” ha commentato un giorno un’amica) spesso ci si accorge che in questo spazio privilegiato di socializzazione si manifesta, non senza una certa baldanza, quella saggezza popolare di cui molti nella capitale lamentano la scomparsa. Essendo lo chapa, inequivocabilmente, un soggetto collettivo quasi organico, è chiaro che, insieme a odori e sapori, anche la conversazione viene debitamente condivisa. Come se al posto del cartello “Vietato parlare con il conduttore” ce ne fosse uno che recita “Obbligatorio scambiare almeno due parole con il motorista”. Ed è così che a Maputo le “chiacchiere da bar” si trasformano in “chiacchiere da chapa”. Spesa, famiglia, chiesa, calcio, tempo, piove governo ladro, tele-novelas e via dicendo sono scanditi, ma mai interrotti, dalle insistenti richieste di sosta: “Cobrador! Paragem!”. “Ainda tenho muitos projectos a realizar” lamenta il pessimista all’ennesima sterzata su due ruote. “Queria patrocinar um refrigerante” è invece l’approccio vellutato del galantuomo alla compagna di viaggio. “Você tem que ser homem” strilla incoraggiante la mamam al bambino che fatica a sguasciare fuori dalla porta-carnivora del mezzo. “Motorista, musica!”, l’invito amichevole del giovane che, guadagnato il posto, spera di approfittare del tragitto per ascoltare le nuove hit. Questo perché, manco a dirlo, esiste una precisa “musica da chapa” da cui origina il cosiddetto “chapa ballerino” che anziché limitarsi ad avanzare, ballonzola sculettante tra un burraco e l’altro dell’asfalto lasciandosi dietro una scia di gridolini compiaciuti.

(continua)

A spasso nel KwaZulu Natal

5 Ottobre 2005

Ogni visita oltre confine me lo conferma. Il Sudafrica è un Paese schizofrenico: la pelle nera, il sangue boero e l’alito inglese a soffiargli sul collo. Tre persone chiuse dentro lo stesso corpo che a stento si rivolgono la parola. È l’Africa che sogna l’America. Che la insegue senza neanche domandarsi quale sarà il prezzo di questa corsa. Giri l’angolo dell’ennesimo Kentucky Fried Chicken e ti ritrovi sul lungomare di Durban, lattiginoso e indolente. Da un lato l’Holiday Inn di sempre e di dovunque, dall’altra l’Oceano. Uguale spiccicato a Miami, se non fosse che per tener d’occhio gli squali bianchi non c’è l’ombra di Pamela Anderson, e i baywatcher locali (uno a destra, uno a sinistra e uno al largo in canoa a scrutare l’orizzonte) ti costringono a fare il bagno in stretti corridoi di acqua dove la gente si ammassa urlante a saltare le onde. La location ideale per lo Squalo, Episodio sei. Du-du-du-duuum.

Per apprezzare l’Ushaka Marine World ci vorrebbe minimo minimo Marc Augé, a parlare di rovine della sur-modernità, di spazi standard del commercio muto, creati dall’uomo generico per l’uomo generico, possibilmente solvibile. Entità astratte replicabili all’infinito, in cui nulla è lasciato al caso. Dalla maglietta da pirata dei baristi al sushi con vista, dalla finta nave fantasma all’inclinazione dei corridoi tra un negozio e l’altro, ai giganteschi scudi simil-Zulu che incorniciano l’entrata. Prego entrino, i signori clienti, nell’universo del non-senso e dell’inautenticità ad annaspare in “bolle di immanenza”. Ma chi decide, alla fine, cosa è autentico e cosa non lo è?

Il Victoria Station Market invece sta lì a ricordare che dentro Durban c’è pure un pezzetto piuttosto orgoglioso (benché segregato) di India e Indianità. Il ricordo di Gandhi giovane combattente per i diritti civili, il tè macchiato con il latte che lascia il segno sui tavoli, le camicie anni Settanta con il colletto lungo, le torte a 5 piani di panna e polistirolo, la carne alla brace mangiata a colazione, l’odore di spezie, di polvere e di andato a male, un senso ineffabile del denaro. “Fa due rand signorina. Ma di quelli argentati. Gli spiccioli di rame nel mio negozio non ce li voglio!”. Non ci avevo mai fatto caso, al colore del denaro.

Meno di 100 chilometri fuori Durban, sulla Battlefield Route che ripercorre le tappe delle guerre Zulu-Boere, sembra di nuovo Far West. Le donne hanno il viso dipinto di rosso e i tappi della coca-cola alle caviglie, gli uomini indossano i perizomi di pelo, i cartelli stradali minacciano leoni in attraversamento, e i ranger dei parchi naturali ti rivelano sottovoce i segreti della boscaglia. Il legno che se lo bruci ti fa venire le pustole, l’alloro che ti devi portar dietro quando sei in viaggio se no gli antenati non riescono ad attraversare i fiumi e starti accanto, l’amarula che serve per farci il liquore, i Galagoni, che ti seguono con lo sguardo atterrito, gli occhi acquosi e le orecchie a punta. Tu ascolti ostentando interesse, annusi ogni filo d’erba che ti viene avvicinato alla faccia, ascolti i rumori e i versi tendendo l’orecchio e degusti ogni frutto quale che ne sia la consistenza. Ma sotto sotto non ci riesci a fidarti di una tradizione e di una storia che, stantia e imbalsamata, ha l’aria di sopravvivere esclusivamente per rivendersi a un pubblico di boy scout e aspiranti fotografi. Capita allora che per ritrovare appartenenze e custodire ricordi ti ritrovi a parlare di mafia e pizzo ai bordi di una piscina che cambia colore. I luoghi si fanno stati d’animo e gli stati d’animo tornano paesaggi.

Nella terra dei manghi

28 Settembre 2005

Di pachidermi alla famosa Riserva degli Elefanti non ne abbiamo incontrati. In compenso ci siamo imbattuti in uno scorpione e in un impressionante numero di uccelli che, per colpevole semplificazione ornitologica, mi limiterò a chiamare avvoltoi, pur sapendo che non lo erano.

Oltre a un imperituro ricordo di tanta sabbia bianca e tanto mare azzurro, alla suddetta Riserva devo anche una cheratite bilaterale. Ciapa lì e porta a ca’. La mia abbronzatura si è dunque parcheggiata in camera da letto al buio per tre giorni. Sembravo Rocky IV dopo lo scontro con Ivan Drago, solo che non ero diventato campione dei pesi massimi. La reclusione mi ha però permesso alcune riflessioni su malanni e malattie tropicali. Premesso che se stai dietro a un pick-up per 12 ore consecutive con su le lenti a contatto, finisce che ti ricoverano pure se sei chessò a Trofarello o Portogruaro. Ma è vero altresì che il comune cooperante espatriato - non diversamente dall’alto funzionario Fao o dal giovane ricercatore in licenza premio su lidi tropical-equatoriali - passa una parte consistente del suo tempo ad enumerare, con visibile apprensione, fastidi, acciacchi e improbabili patologie africane. Se ha il mal di gola pensa subito a una tonsillo-tracheite altamente infettiva, se ha il mal di testa si imbottisce di artemisina perché non ci sono dubbi che si tratti di malaria cerebrale (“Mi sento delirare dentro”, ho sentito dire una volta!), quanto a una semplice gastrite, ci sono buone probabilità che sia l’inizio di un’ulcera perforante con inguaribili complicazioni epatiche. Per non dire di quanto può diventare ossessiva l’investigazione dei tempi e dei modi delle quotidiane sedute al bagno! Allergie, intossicazioni, insonnie, inappetenze sono oggetto di preoccupate riflessioni di gruppo in cui i partecipanti fanno a gara a chi è stato più male o ha sofferto della malattia che ha il nome più lungo. In genere la chiamo “ansia da diagnosi” e mi fa un certo effetto, dato che se invece chiedi ai mozambicani come hanno perso il padre, la madre o il fratello, loro, in genere, ti rispondono con un vago e indefinito: era malato. Senza cambiare espressione. Al massimo alzando le spalle.

Se sei particolarmente grasso e prendi lo chapa sono capaci di farti pagare il biglietto doppio. Una volta si racconta che i cobradores girassero con un metro appresso per misurare la vita ai passeggeri ed esigere, a seconda della taglia, una cifra piuttosto che un’altra.

Immagini e immaginario

19 Settembre 2005

Sono accaduti davvero fatti di sangue a Mocimboa?, mi scopro a pensare. I giornali ne hanno scritto per un paio di giorni o giù di lì. I commentatori più brillanti hanno perfino colorato gli scontri di una presunta sfumatura etnica che contrapporrebbe i Makonde e i Mwani, nulla aggiungendo, beninteso, alla reale comprensibilità dell’evento. Malgrado gli sforzi in me persiste, insidiosa, una specie di incredulità, un vago senso di sbigottimento, di dubbio, nutrito dalla totale mancanza di un supporto visivo. A disposizione solo le parole di Dengo, il logista, sfortunato testimone oculare. Nessuna televisione locale ha ripreso gli eventi. Nessun giornalista ha scattato foto per documentare gli incendi, i morti, i feriti. Mancanza di mezzi, difficoltà nei trasporti, forse addirittura un certo, comprensibile, pudore di fronte ai rigurgiti di una guerriglia che così poco si addice al protocollo di un Paese che il mondo vuole ormai lanciato a 1000 verso lo sviluppo. Eccolo qui, dunque, l’ennesimo ostacolo culturale: trent’anni di pane e Telegiornali, di caffelatte e Prima Pagina, mi hanno forgiato più di quanto non sospettassi e, lo ammetto, mi riesce difficile, se non impossibile, credere a qualcosa che non appaia, neanche per una manciata di secondi, sugli schermi tv. Fosse pure TVM, l’unica rete nazionale, le cui trasmissioni ricordano spesso le televendite di prodotti dietetici dei canali privati. Nella mia testa, a conti fatti, tra Katrina e Mocimboa da Praia non c’è proprio partita.

I ragazzi di Maputo si dividono in due categorie: quelli che portano i capelli rasta e quelli che si rasano la testa. La via di mezzo non esiste punto. Non ci sono, chessò, i capelli corti, o medi, o medio-lunghi. Non ci sono i “caschetti” e neppure la riga da una parte o le frange. I capelli o sono dreadlocks accartocciati in quegli strani cappelli bislunghi che ti fanno sembrare un parente macrocefalo di Barbapapà, o non ci sono. “Não cortei o cabelo… tirei!”, mi ha detto una volta Manyanga, accarezzandosi con un sorriso la pelata luccicante.

In Mozambico ci sono le capre, ma nessuno ne beve il latte e, soprattutto, nessuno fa il formaggio. Vuole la tradizione che chi mangia il formaggio è destinato a perdere la memoria. In compenso nei supermercati si trova la Vache qui rie.

Qualche sporadica nota linguistica: pipì si dice schi schi, mentre cocò è il resto. A quanto pare, tutto il mondo è paese. La chiocciolina degli indirizzi di posta elettronica, invece, si chiama semplicemente a roba, seguita da una breve, ma significativa, pausa di rispetto.