Dove va lo scoutismo? Dicembre 1, 2007
Inviato da Marco in : Famiglia, Scoutismo, Tentazioni metafisiche, Vita di frontiera , 5 commenti
Un paio di settimane fa, tornando a casa da un giretto per Ginevra, ci siamo imbattuti in questo manifesto: apparentemente gli scout locali, in occasione del centenario mondiale del movimento, hanno sentito il bisogno di provare a combattere i pregiudizi che ne danneggerebbero l’immagine con una campagna pubblicitaria in piena regola. Tre i messaggi: lo scoutismo è un movimento laico (nonostante non rinunci a educare alla dimensione spirituale della persona), è impegnato per la pace (a dispetto di uniformi e formazioni che sembrano spesso paramilitari ai profani), è una scuola di responsabilità e impegno in prima persona (anche se ci sono “capi” e strutture che sembrano gerarchiche).
Allora, diciamolo, i manifesti sono bruttini, e anche la scelta di fare una campagna che contrappone negazioni e affermazioni (perché ci definiamo più spesso per quello che non siamo, piuttosto che per quello che siamo?) non è proprio felicissima. Però bisogna dare atto a questi fanciulli di essere stati coraggiosi, soprattutto sulla componente religioso-confessionale. D’accordo, gli scout ginevrini sono per statuto un’associazione laica e aconfessionale, un po’ come il Cngei in Italia. E ospitando Ginevra un miscuglio di popolazioni, il meticciato culturale è d’obbligo nelle associazioni o si rischia facilmente il ghetto nazional-linguistico. Però l’iniziativa mi è sembrata interessante in generale, anche - soprattutto! - per chi come me viene da un’associazione scout con un’appartenenza ecclesiale dichiarata come l’Agesci. Può esistere uno spazio (progettuale, progettato) per un dialogo (ecumenico? Inter-religioso? Semplicemente rispettoso e aperto?) che garantisca dignità a scelte e cammini diversi (e magari anche a nessun cammino…) in un’associazione scout che professa un’adesione religiosa primaria? La mia esperienza personale negli anni passati è sempre stata positiva in questo senso, ma ho visto le cose evolvere, e generalmente in modo negativo. Estremizzando un po’ mi viene da chiedere: professarsi aderenti in toto a un cattolicesimo ultra-ortodosso e filo-vaticanista come l’Agesci ha tendenza a fare oggi non è in contrasto (perbacco, persino teologicamente!) con un’ideale (certamente scout!) di fratellanza e di mutuo riconoscimento della validità delle esperienze spirituali altrui? Cosa sarebbero gli scout - chessò - di Israele, tunisini, indiani o semplicemente di Ginevra? Compagni che sbagliano?
Negli stessi giorni di inizio Novembre si consumava a Ginevra la crisi istituzionale del Wosm, con la defenestrazione forzata del segretario Eduardo Missoni dopo le minacce di taglio del supporto finanziario da parte dei Boy Scout of America. Se siete interessati alla storia, Irene l’ha coperta per Vita (e in italiano non si trova molto altro, perché dal punto di vista della capacità di comunicare gli scout nostrani sono reattivi come bradipi), e potete trovarne una cronologia sullo stesso sito di Missoni. Di tutta la vicenda quello che mi ha fatto accendere una lampadina nel cervello sono state queste due dichiarazioni a caldo, la prima di Missoni stesso al Corriere della Sera a proposito del presunto “golpe”:
Negli ultimi anni abbiamo puntato sui temi della pace e dell’ambiente. Non solo divertimento per i nostri ragazzi, ma anche impegno sociale. Negli Stati Uniti, invece, prevale l’aspetto puramente ricreativo.
e poi quella di Chiara Sapigni, presidente della Fis, intervistata a riguardo delle faccenda:
Il movimento scout deve guardarsi allo specchio ed affrontare i cambiamenti in corso, ovvero la crisi che attraversa nei Paesi ad alto reddito e l’enorme successo che raccoglie in quelli in via di sviluppo.
A prescindere dallo specifico della crisi del Wosm, dai ricatti monetari degli americani e dagli eventuali errori e presenzialismi di Missoni, la questione veramente in gioco mi sembra questa: che cosa sta diventando lo scoutismo, ne esiste ancora un’idea condivisa? Ovvero, in particolare: lo scoutismo è (ancora) un’esperienza di crescita, che punta a educare cittadini capaci di essere attori di un cambiamento sociale (che è come io l’ho sempre vissuto e interpretato, come Missoni lo vede, e come lo si sperimenta certamente oggi nei paesi in via di sviluppo), o è diventato soltanto un’altra associazione ricreativa tra le tante, dove giovani benestanti possono vivere una qualche avventurina ben protetta?
In fondo mi sto chiedendo: a quali agenzie educative altre che la famiglia e la scuola potremo scegliere di affidare i nostri figli domani? (Si sente tanto che sto per diventare papà?)
Importare passeggini dalla Francia? Marzo 29, 2007
Inviato da Marco in : Famiglia, Militanza, Scoutismo , 7 commentiIn Italia quando un movimento di sinistra vuole fare un po’ di pressione di piazza organizza un corteo. Se invece il movimento è più conservatore e l’organizzazione viene da destra, di solito ci si trova un filoanglofono qualcosa-day. Che poi è proprio uguale a un corteo, solo con cartelli e slogan più tristi, e di solito meno gente.
L’ultima vaccata di cui ho sentito è il family day che dovrebbe tenersi all’inizio di maggio. Apparentemente un’occasione per gli amanti della famiglia di mostrare il loro attaccamento, nella pratica si tratta di una manifestazione fortemente perorata dalla gerarchia della Chiesa Cattolica italiana per ribadire la sua contrarietà a ogni tipo di regolamentazione delle coppie di fatto, e sbandierare, manco ce ne fosse il bisogno, la sua dichiarata omofobia.
Scopro con una certo rammarico che il lavoro di normalizzazione di Ruini sulle associazioni di matrice cattolica in Italia sta dando i suoi frutti. Pure i vertici scout dell’Agesci, nel passato se non progressisti almeno più cauti nel fiancheggiare ciecamente ogni diktat della CEI, non hanno esitato a firmare il manifesto “Più famiglia” (ma chi cura le relazioni pubbliche di questa gente? Il nipote di Bombolo? Allora perché non chiamarlo “Più moglie per tutti”?) e ad aderire all’iniziativa. Bene, bravi. Che non ci siano dubbi da che parte state andando e chi tira i vostri fili, mi raccomando. Da parte mia, mi sdegno schifato (ma non cado dalle nuvole, la linea era già piuttosto chiara dal referendum sulla fecondazione assistita).
E mi chiedo: ma tutta sta gente a cui sta così a cuore “la famiglia”, qualcuno l’ha mai vista scendere in piazza con la stessa veemenza, chessò, contro la precarizzazione del lavoro? Non è che assecondando una società che sposta il limite dell’età di ingresso nella vita adulta sempre più avanti si faciliti la vita ai giovani che una famiglia la vorrebbero pure. Oppure a favore di politiche che aiutino le famiglie con figli? Ho scoperto di recente (se volete in numeri, leggetevi i passeggini di Parigi…) che in Italia avere più di due figli è fiscalmente sconveniente. Ma come? Non dovrebbero esserci delle agevolazioni? Nessun porporato che tuoni?
Ho scoperto dalle chiacchiere al caffé al CERN che molti miei colleghi francesi hanno un sacco di figli. Tre è la norma, molti ne hanno 4 e anche 5. E non sono membri dell’Opus Dei, anzi, spesso sono esemplari dello scienziato agnostico medio. Come si spiega? Perché dalla Francia importiamo sono camembert (e energia nucleare, ma senza dirlo agli ecologisti della domenica)? Il mio summer student danese dell’anno scorso aveva 25 anni, stava scrivendo la tesi di laurea, si preparava a fare prima il servizio militare e poi il dottorato, e aspettava un bambino. Già, perché le politiche sociali della Danimarca in fatto di famiglia sono tali che nessuno si preoccupa a metterne su una mentre ancora studia. Provate a suggerirlo a un universitario italiano. Pure a uno di Comunione e Liberazione, se avete i coraggio di avvicinarvi. E vedrete. Ipocriti.
Cento anni di calzoni corti Marzo 5, 2007
Inviato da Marco in : Scoutismo, Vita di frontiera , 4 commentiSabato pomeriggio mentre annaffiavo le piante sul balcone mi è passato davanti al naso uno scout in perfetta uniforme. Età presunta? Tra i 15 e i 17, direi. Carico di un bello zaino, evidentemente partiva per andare in uscita. La camicia di un qualche tipo di beige, doveva essere del gruppo di Meyrin, che è affiliato a una associazione autonoma di scout di Ginevra, perché gli altri scout svizzeri che mi è capitato di incontrare a Ginevra o sul Jura hanno invece l’uniforme azzurra (un po’ come quella dell’Agesci italiana), e gli scout francesi sono molto più colorati.
Non parlo spesso di scoutismo (o di educazione) da queste parti, perché - a parte le rare sortite con la pattuglia stampa negli ultimi anni - è un po’ che non faccio più molto nel campo. Però, nonostante gli scetticismi, le delusioni, le irriverenze e anche alcune insanabili divergenze, ho conservato un buon rapporto con lo scoutismo. Mi capita a volte che qualche amico, magari pure ex-scout, mi chieda provocatorio: “ma tu, che sei stato scout a lungo, ci manderesti tuo figlio?”. La risposta breve è “si”. La risposta lunga ve la risparmio. Per quella media rubo le parole a Beppe Severgnini, che recentemente ha scritto a proposito della sua esperienza:
Ho fatto, in quegli anni, tutto quello che un ragazzo dagli 8 ai 15 anni deve fare: ho imparato, ho giocato, ho corso, ho vinto, ho perso, ho avuto paura e me la sono fatta passare.
Quest’anno fanno 100 anni che ci sono ragazze e ragazzi che in tutto il mondo vanno in giro in calzoni corti a cercare nel gioco, nello stare insieme, nell’avventura, nel contatto con la natura, nel servizio agli altri un bel modo per diventare adulti e “buoni cittadini”. Alla faccia di tutto, credo rimanga un sistema valido.
La macchina con l’uomo dentro Febbraio 12, 2007
Inviato da Marco in : Comunicazione, Geek attitude, Scoutismo , 2 commentiSe facessi ancora i laboratori di comunicazione per gli scout (e non li faccio più, direi, perchè in generale non li facciamo più, ma questa è veramente un’altra storia), probabilmente utilizzerei questo video che ho trovato galleggiare nella marea di YouTube (grazie alla Coda Lunga, in realtà). Messaggio chiave: la separazione tra contenuto e forma apre le possibilità di interagire elettronicamente a chiunque anche senza particolari skil tecnici; questa possibilità sposta il paradigma: da un rete che è un insieme di informazioni collegate tra loro, a un rete che è un’insieme di persone collegate tra loro. Forse. Sicuramente impone di ripensare un bel po’ di cose.

Per i curiosi, potrebbe essere interessante un salto sul blog di Digital Ethnography.
Siamo servi inutili? Novembre 10, 2006
Inviato da Marco in : Comunicazione, Scoutismo , 3 commentiFaccio un’esperimento.
Siccome domani a Spettine ci sarà una riunione di Pattuglia Stampa Nazionale scout per la verifica dei tre anni di mandato, io latito senza ritegno e rimango a Ginevra, ma da bravo ho fatto i compiti e scritto i miei due centesimi di riflessioni, oltre che a mandarle alla Pattuglia le schiaffo anche qui. In fondo di frontiere della comunicazione di tratta. Vediamo che succede.
La Pattuglia
Un bilancio di tre anni in trenta righe. Mi sembra che abbiamo lavorato bene (quanto siamo bravi ce lo siamo già ampiamente detto nel passato!), soprattutto relativamente alla parte “didattica”. I laboratori sono il punto forte della pattuglia, noi ci siamo trovati bene a lavorare insieme, con stili e direzioni compatibili, un’empatia rara e una buona voglia di fare riflettere gli allievi su giornalismo e comunicazione. Bene, bravi, bis? C’è un bel controaltare negativo: in questo tripudio di bravura e entusiasmo
non siamo riusciti quasi per niente (a essere gentile) a influenzare le linee della stampa e in generale della comunicazione nazionale. La scarsa partecipazione delle redazioni nazionali e dei quadri ai laboratori, l’evidente difficoltà di dialogo con il centrale, il continuo impasse nella definizione delle linee guida della comunicazione dell’Associazione, l’ennesima marcia indietro nella gestione delle comunicazioni elettroniche (per chiarirci, penso più alla gestione dei contenuti di agesci.org che all’amministrazione del forum) ne sono la prova. E’ un fallimento della pattuglia, credo, ma non sono sicuro che la responsabilità sia completamente nostra. Anzi. Peccato.
il Web (quelllo scout)
Mi è stato chiesto nuovamente di commentate in qualità di “esperto web” (ah!) sulla gestione passata e le prospettive per il futuro. Siccome l’ho già fatto ripetutamente nel passato con diverse sfumature di delusione cercherò di essere breve.
Negli ultimi tre anni il settore ha provato (di nuovo! un’eterna ghirlanda brillante!) a riflettere sul senso di comunicare con i mezzi di oggi, e di adeguarli. Con una ciclicità direi quasi perversa, dopo un po’ abbiamo trovato il solito muro di gomma. Per la vostra gioia, vi allego il piano redazionale web presentato (e approvato!) in Consiglio alla fine del 2004, invitandovi a rileggere sopratutto la Premessa: che cosa c’è di tutto questo oggi? Per i distratti, la risposta è semplice: nulla. Il Centrale continua a pensare al web come a una bacheca interna per adulti, e tutto il lavoro fatto (anche tecnicamente!) per darci uno strumento flessibile che ci aiutasse nello scopo di comunicare meglio un’immagine che ci rispondesse serve a poco. Esempietto, chiedete a Augusto (l’uomo che ha scritto il CMS personalizzato di agesci.org) per i dettagli: dall’apertura del nuovo sito a oggi, con la gestione da parte della Segreteria dell’homepagedi agesci.org, non c’è stata nessuna risorsa proveniente dai portali interni che sia arrivata agli onori della prima pagina. E nessun abbozzo di coerenza redazionale: apro a caso oggi (venerdi 10 novembre) agesci.org e sull’homepage trovo nell’ordine: l’avviso di interruzione dei servizi, l’annuncio di ControMafie, il Manifesto della Manifestazione nazionale per la pace e la giustizia in Medio Oriente. Mi comunica un’immagine un po’ lontana da “un’associazione scout, che si occupa di ragazzi”, non trovate?
Come compito a casa vi propongo di leggere il testo scritto da Mario Tedeschini Lalli (caporedattore di Kataweb e a lungo scout, e anche giornalista scout) per una delle tavole rotonde del RoverWay di quest’estate, che ho tradotto per l’occasione. Esercizietto: sostituite “società democratiche” con “associazioni scout democratiche” e “utenti” con “scout”. Come siamo noi rispetto a questo scenario (che è lo scenario di oggi, non si scappa!)? Suggerimento: male, molto male. E il triste è che noi invitiamo personaggi come Mario ai nostri laboratori - o al RoverWay - per arringarci su come dovrebbe essere una comunicazione di frontiera, e riempiamo la testa degli allievi, e facciamo le pulci alla stampa e al web regionale, per poi disattenderne completamente le linee guida a livello nazionale. Che bravi.
La riforma del Settore Stampa
Ho già detto abbastanza sopra. Copiate e incollate il paragrafo precedente. Parole chiave in generale: cura della costruzione e della veicolazione dell’immagine dell’associazione, apertura alle nuove tecnologie nella loro forma realmente interattiva. Un’occhiata al punto 7 degli obiettivi del WOSM (Scouting Profile) potrebbe non guastare (s suo tempo io ero andato al seminario del WOSM proprio su questo spedito dall’Associazione… lettera morta? Per i curiosi, date un’occhio qui e cliccate su creating a better image. Questi sono professionisti, mica pizza e fichi.)
I laboratori
Perché, dopo i rudimenti di giornalismo e le tecniche più avanzate, non lanciarsi proprio in un laboratorio (o una serie) sulla costruzione e la veicolazione dell’immagine scout nell’era della comunicazione convergente? Lo so, è sempre la stessa idea, e però… E però non vi nascondo una certa mancanza di motivazione, proprio per i motivi raccontati nella verifica di pattuglia. Siamo servi inutili? A volte mi sembra di si.
Zampillo saluti svizzeri a tutti.
Giornalismo partecipativo? Agosto 23, 2006
Inviato da Marco in : Comunicazione, Militanza, Scoutismo , 3 commentiSto rimuginando da quando sono ritornato del Roverway di democrazia partecipativa e ruolo di stampa e mezzi di comunicazione in generale nel processo di formazione dell’opinione pubblica.
La riflessione è fortemente legata agli ultimi anni di servizio nella Pattuglia Stampa nazionale Agesci, con tutte gli scotti e le delusioni che questa esperienza mi ha regalato. Può un’organizzazione che si definisce democratica avere un unico organo di stampa centrale, di fatto controllato dall’organo che detenie il potere amministrativo e legislativo? Si, può, ma come per magia smetterà immediatamente di essere un’organizzazione democratica, e nella migliore dele ipotesi si trasformerà in un monarchia illuminata o più facilmente un sistema oligarchico.
Ho conosciuto Mario Tedeschini Lalli un paio di anni fa a un laboratorio di giornalismo organizzato dalla Pattuglia Stampa nazionale Agesci: avevamo invitato Mario come ospite per la tavola rotonda della serata, si parlava di nuove media, multimedialità e frontiere dell’espressione giornalistica, ma inevitabilmente si è finiti a discutere anche di libertà di stampa in associazione. Mario è stato invitato al Roverway per una delle tavole rotonde, quella appunto su infomazione e comunicazione (che ho colpevolmente disertato, passando tra quella sulla legalità a cui ho già accennato a quella su identità e differenza). Ho scovato sul suo blog l’outline che ha scritto per questa occasione, che riprendo perchè sembra volermi pizzicare proprio sui temi che mi gironzolano in testa:
Democratic societies need to keep governments accountable. To do that, they need free speech. Freedom to express oneself not enough, though, if your speech can reach only a few. You need to reach many.
(…)
Will [the audience] be ready to take part in that conversation? Will you have the means, the semi-professional skills, the ethical strength, the time and the will to make it meaningful?
Quali sono le possilità concrete di fare giornalismo indipendente all’interno di un’associazione? Le nuove tecnologie possono aiutare l’emergersione di voci indipendenti e magari minoritarie in un contesto come l’associazionismo? Sono pensabili iniziative di citizen journalism in ambito scout? Come? Dove? Quando? Perchè? Chi?
Investire oggi, non domani Agosto 18, 2006
Inviato da Marco in : Militanza, Scoutismo , aggiungi un commentoSono rientrato a Ginevra dopo aver partecipato al Roverway, dove con Irene abbiamo aiutato Matteo (Bergamini) a tenere una bottega di fotografia creativa.
Ci sarebbe molto da raccontare sull’ evento, e chissà che prima o poi non trovi il tempo di scrivere qualcosa di quello che mi frulla in testa (in ordine sparso e incompleto dal paniere dei pensieri: l’omofobia dell’Agesci, la censura sistematica delle voci dissidenti, l’appiattimento becero filo-CEI dei vertici associativi, il presenzialismo degli adulti in un evento dedicato ai giovani, la disorganizzazione e i problemi di comunicazione, la discutibile qualità di alcuni contenuti dell’evento, il suo piano di comunicazione, e certamente la bellezza di stare - di nuovo, ancora - tra i ragazzi a fare).
Siccome però mi pagano per fare il fisico delle particelle e non il fustigatore di costumi scout, mi limito a citare qualche parola di Don Ciotti, detta in questa forma al Consiglio Generale 2006 e sostanzialmente ripetuta a una delle tavole rotonde del Roverway di sabato 12 (andate un po’ deserte a causa della pioggia). Dedicate a chi nello scoutismo italiano ha paura di lasciare spazio ai giovani perchè “non sono pronti”, e crede di aiutarli a crescere chiudendoli in gabbie di parole e promesse.
Mi sono arrabbiato perché ho sentito dire, e sento ancora oggi che si dice ai giovani: voi siete il nostro futuro. I giovani sono il nostro presente. La società in tutte le sue espressioni investe oggi, non domani, per creare le condizioni di questa attenzione, perché si possa costruire, con un loro sano protagonismo e una loro sana partecipazione, il futuro. Ma è oggi che la nostra società deve scommettere sui nostri ragazzi.