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Le ragioni della ricerca inutile Novembre 12, 2008

Inviato da Marco in : Politiche della ricerca, Scienza e dintorni , 63 commenti

Capita di tanto in tanto che qualcuno mi chieda che cosa faccio di mestiere. Immancabilmente, dopo che dico “il ricercatore” o “il fisico delle particelle”, e tento di spiegare qualche dettaglio del mio lavoro più o meno quotidiano (e dunque il CERN, LHC, ATLAS, gli acceleratori, il Modello Standard e i suoi limiti, il bosone di Higgs, i fotoni, gli elettroni, i calorimetri, la calibrazione, i fondi, …), arriva la domanda: “Tutto questo, a cosa serve?“. E’ a questo punto che mi irrigidisco: l’ho sentita così tante volte, ho risposto ormai da tutte le angolazioni possibili, che mi sembra incredibile che me la si ponga ancora. E, onestamente, non ho più molta voglia di rispondere (poi lo faccio, non temete, in quanto a imperativi morali sono secondo solo a Kant). Non ho più molta voglia perché si tratta di una domanda infida. Infida perché nell’80% dei casi non è la vera domanda che il mio interlocutore intende fare. Se lo fosse, l’unica risposta possibile (”serve a capire come funziona il mondo in cui viviamo“) dovrebbe bastare, e anzi, provocare lucciconi agli occhi, e acquolina in bocca e desiderio di offrirmi un caffè per trattenersi a parlarne ancora. Ma non va (quasi) mai a finire così, e la ragione è che “tutto questo, a cosa serve?“, nella maggior parte dei casi vuol dire in realtà: “Quale problema che affligge l’umanità in questo momento storico sarà risolto dai risultati di questa tua attività dall’aria così complicata?“. E ovviamente, se questo è il senso profondo della questione (e lo è, purtroppo, nell’80% dei casi) l’unica risposta possibile è: “Nessuno“. O “niente“, se restiamo sulla prima formulazione della domanda. A che cosa serve la ricerca fondamentale? A niente. La ricerca fondamentale non fornisce nuove forme di energia, non costruisce nuovi mezzi di comunicazione, non sintetizza vaccini per malattie incurabili, non allunga la vita media della popolazione, non rende il tuo bucato più bianco. La ricerca fondamentale è - solo ed esclusivamente - il mestiere di capire.

Se arriviamo a questo punto della discussione, di solito il mio interlocutore, in modo più o meno gentile a seconda delle occasioni, mi propone una geniale strada alternativa: “Ma allora, non sarebbe forse meglio spendere tutti questi soldi, dedicare tutte queste energie, impiegare tutti questi cervelli, nel fare qualcosa di utile nella ricerca applicata?”. Ed è qui che di solito mi infurio. Cioè, non mi infurio sul serio perché sono mite e gentile d’animo, ma dentro di me galoppano i cavalli di Gengis Khan. Perché, primo, un simile ragionamento dimostra una ristrettezza di vedute davvero sconsolante (e se reggete fino alla fine tenterò di spiegare il perché); e, secondo, la locuzione ricerca applicata mi fa venire il prurito alle mani, perché le parole sono importanti! E allora, iniziando proprio da qui, bisogna prima di tutto dire che ricerca applicata è un ossimoro:

os|si||ro, os||mo|ro (s.m.)
1 ret., figura retorica che consiste nell’accostare parole che esprimono sensi abitualmente contrapposti (ad es. una lucida follia, un felice errore)
2 estens., contraddizione radicale

Si va alla ricerca di qualcosa di nuovo, di inaspettato, della spiegazione del mistero, inoltrandosi in un territorio inesplorato. Si applica una conoscenza che si possiede già, che si controlla, i cui dettagli sono almeno in parte chiari. Volendo chiamare le cose con il proprio nome, la ricerca applicata altro non è che innovazione tecnologica, campo degnissimo e indispensabile, ma che viaggia in parallelo alla ricerca fondamentale. Magari pure a braccetto - perché no? - ma che non ne rappresenta un’alternativa. Perché, che piaccia o meno, l’innovazione tecnologica si basa sui risultati (di per sé inutili) della ricerca fondamentale: privarsi della prima vorrebbe dire condannare all’esaurimento la seconda nel giro di qualche anno.

Certo, per portare avanti la ricerca fondamentale si fa comunque molta innovazione tecnologica (pensate per esempio alle tecnologie sviluppate per i rivelatori di LHC, che vengono poi usate per esempio nella medicina nucleare), e questo di per sé potrebbe essere un buon motivo per perseguirla. Ma, sebbene vera, questa è una motivazione nella migliore delle ipotesi superficiale.

Per definizione la ricerca fondamentale non sa dove andrà a parare: conosce a grandi linee l’ambito in cui si sta muovendo, sfrutta tutta la conoscenza precedente per organizzare la direzione delle ricerche, ma non offre alcuna garanzia di successo o di utilità rispetto al risultato finale. La sua storia è costellata di vicoli ciechi, di idee che non portano da nessuna parte, di tentativi e teorie falliti, di informazioni interessanti ma del tutto prive di applicazioni commerciali. E quando invece genera un successo pratico, è sempre in un secondo momento. Secondo momento che a volte arriva molto rapidamente, come un’intuizione geniale che segue da subito l’osservazione (pensate alla penicillina di Fleming), ma più spesso impiega  del tempo a manifestarsi (come per esempio nel caso di tutti i dispositivi elettronici che, a distanza di più di dieci anni, hanno seguito la scoperta di alcuni aspetti della meccanica quantistica; o la televisione, che ha seguito di svariati anni la scoperta dell’elettrone). Questa caratteristica di inutilità immediata della ricerca fondamentale è paradossalmente necessaria e indispensabile al progresso, e non è in alcun modo sostituibile dai soli sforzi di innovazione tecnologica. Ma non è tutto: dovrebbe anche far riflettere su come la ricerca debba essere finanziata e orientata. Non è infatti molto credibile uno scenario in cui la ricerca fondamentale (che non può, per definizione, garantire risultati applicabili, e dunque potenziali utilizzi commerciali) sia finanziata da soli fondi privati.

Quest’ultima riflessione mi riporta al primo motivo di irritazione rispetto alla proposta di dedicarsi, di preferenza, alla “ricerca applicata”. La misura dell’utilità pratica di una ricerca, in modo diretto o indiretto rispetto a quante applicazioni pratiche ha prodotto o potrebbe produrre, non può e non dovrebbe essere il metro con cui se ne decide l’opportunità. Non solo perché in molti casi, come spiegavo prima, questa utilità emergerà solo a posteriori, ma sopratutto perché esistono ambiti in cui questa utilità non potrà mai essere delineata in termini di applicazioni pratiche. Ci sono una pletora di ambiti di ricerca fondamentale che, nel loro aumentare la conoscenza, non producono nemmeno con il tempo alcuna ricaduta “pratica” o innovazione tecnologica. E’ vero praticamente per tutte le scienze umane, e per molte scienze naturali (pensate per esempio a quelle che si occupano del comportamento animale, o alla biologia evoluzionista). Ed ecco quindi una profonda verità: la ricerca fondamentale - la scienza in senso esteso - produce sapere sotto forma di comprensione, e questa comprensione rimane il suo scopo primario, e persino unico per molte delle sue discipline.

La cultura corrente sembra ignorare che proprio dalla comprensione delle dinamiche del mondo in cui ci troviamo a vivere - comprensione frutto dell’indagine scientifica - possono arrivare indicazione di senso che siamo invece abituati ad aspettarci dalla riflessione filosofica, religiosa o politica. Si pensi ai cambiamenti di prospettiva - grandi e piccoli - che certe scoperte scientifiche (di nuovo: di per sé inutili!) hanno portato o potrebbero portare una volta assimilate dalla coscienza collettiva. Da quelli che toccano l’organizzazione della società (per esempio, la prova scientifica della falsità del concetto di razze umane differenti) a quelli che ne scuotono le fondamenta (la rivoluzione copernicana che toglie l’uomo dal centro dell’universo, o l’evoluzione darwiniana che lo dice formalmente uguale alle altre specie viventi). La scienza è un prodotto culturale umano, prima (e invece!) di essere un metodo di miglioramento della produzione. La ricerca fondamentale è un’attività speculativa, e in quanto tale è importante: perché, che piaccia o meno, le innovazioni tecnologiche sono il frutto di uno sviluppo umano, e non viceversa.

O frati, dissi, che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.

Dante, Inferno, canto 26 (vv 112-120)

Massa, velocità, energia. La formula più famosa del mondo e il teorema di Pitagora Ottobre 28, 2008

Inviato da Marco in : Divulgazione, Fisica, Formulette , 44 commenti

Secondo articoletto della categoria Formulette (e pazienza per la radiazione di sincrotrone che avevo promesso: sarà per un’altra volta). Oggi vi propongo di giocare un po’ con la formula di fisica più famosa del mondo. Che - credo sarete d’accordo - è senza dubbio questa:

 E = m c^{2}

La si trova dappertutto (insieme al faccione irriverente dell’Einstein degli ultimi anni), simbolo dei trionfi (e anche dei disastri, se pensate all’energia nucleare) della fisica moderna del 900.Cosa dice questa formula? Ci rivela la geniale scoperta di Einstein: un corpo di massa m a riposo è un incredibile serbatoio di energia E, che può essere calcolata come il prodotto della sua massa m per il quadrato della velocità della luce c.

Quello che è un peccato è che la formula più famosa del mondo - così come è scritta lassù - ha almeno due difetti. Primo, vale solo per corpi a riposo: appena ci si sposta in un sistema di riferimento in cui il corpo in questione si muove, beh, non vale più (tra un minuto vediamo perché questo è un bel limite alla comprensione); la formula generale, quella che vale per un corpo qualunque sia la sua velocità v, è questa:

 E = \frac{m c^{2}}{\sqrt{1-\frac{v^2}{c^2}}}

che è di certo meno facile da mettere sulle magliette o negli spot pubblicitari. Secondo, usa delle unità di misura innaturali, che aggiungono una complicazione probabilmente inutile alla formula, e, di nuovo, alla comprensione.

Iniziamo dalle unità di misura. La relatività speciale di Einstein ci dice che nulla si può muovere a una velocità maggiore di quella della luce c. A pensarci bene, se esiste una velocità limite, allora sarebbe sensato misurare ogni velocità in termini di questa velocità massima. Avrebbe molto più senso (perlomeno quando si fa fisica, forse non in autostrada) dire che un corpo viaggia a un centesimo della velocità della luce, piuttosto che a 3000 chilometri al secondo. Se decidiamo di usare questa convenzione (come tutti i fisici delle particelle fanno), possiamo ribattezzare la velocità come:

\beta = \frac{v}{c}

Se un corpo viaggia alla velocità della luce, avrà \beta=1. Se va a 3000 chilometri al secondo, avrà \beta=0.01. E naturalmente misurare le velocità in unità di c equivale a dire che c=1, per cui la nostra formula iniziale (quella che vale per tutte le velocità) diventa:

 E = \frac{m}{\sqrt{1-\beta^2}}

Un po’ più semplice, no? Siccome \beta non ha dimensioni (nel senso che è un numero puro, senza unità di misura), il trucchetto ci permette di misurare le masse e le energie (e i momenti, come vedremo tra un attimo) nella stessa unità di misura (scegliete voi quelle che vi piacciono: ai fisici delle particelle piacciono gli elettronvolt). Adesso facciamo un po’ di magia con l’algebra (ce la potete fare!). In relatività il momento di un corpo si calcola come p = E \beta, per cui se manipolate un po’ l’ultima formuletta (fate il quadrato, moltiplicate a destra e sinistra per \sqrt{1-\beta^2}, …) potete ottenere questa qui:

 E^2 = m^2 + p^2

che, detto tra noi, dovrebbe prendere il posto di formula più famosa del mondo!

E adesso, non sentite un formicolio dietro alle orecchie? Sono sicuro di si! Cosa vi ricorda l’ultima formula che abbiamo scritto? Dai, un piccolo sforzo… ma certo: il teorema di Pitagora! Eh si, possiamo scrivere la formula più importante della relatività ristretta come fosse il teorema di Pitagora. Ganzo! Provate a dirlo ad alta voce: il quadrato dell’energia di un corpo è uguale alla somma dei quadrati della sua massa e del suo momento.

Che cosa possiamo imparare da questa filastrocca? Guardate questa figura:

Nel caso (1) il corpo è fermo: la sua energia è completamente determinata dalla sua massa. Se il corpo in questione si muove (per esempio si tratta di Oliver che va a spasso) ha un momento molto più piccolo della sua massa (2), e la sua energia è ancora quasi completamente determinata dalla sua massa solamente. E’ il caso dei movimenti di tutti i giorni, della fisica classica: piccole velocità e grandi masse. Ma se il momento della particella è molto più grande della sua massa (2) come nel caso delle particelle negli acceleratori (che sono leggere, almeno rispetto a Oliver) che viaggiano a velocità prossime a quelle della luce, beh, l’energia della particella è praticamente tutta determinata dalla sua velocità! E nel caso estremo di particelle senza massa (4) come il fotone, beh, queste viaggiano sempre… alla velocità della luce.

Adesso provate a usare questa figura per capire che cosa succede in un acceleratore di particelle. Prendete due particelle leggerine (diciamo sue protoni, come in LHC) e acceleratele a velocità prossime a quella della luce: siete nella condizione (3). Poi le fare sbattere l’una contro l’altra, e, come già sapete, avete a disposizione nello scontro la somma delle energie. Ovvero un’ipotenusa blu bella lunga. Adesso immaginate che nello scontro saltiate dalla condizione (3) a quella (2) (o anche (1), se volete): con l’energia a disposizione potete produrre particelle moooolto più pesanti (con un cateto verde molto più lungo), ma che si muovono decisamente più piano (un cateto rosso più corto). Questo è quello che fanno i collisionatori: trasformano energia cinetica (che è facile accumulare, accelerando particelle leggere) in massa. Producendo particelle più pesanti di quelle di partenza! E, naturalmente, potreste farlo anche saltando da (4) a (2), usando due fotoni energetici per produrre particelle massive. Non è forte?

Un grazie a L.B Okun a cui ho preso in prestito l’idea del teorena di Pitagora. Questo articoletto é un regalo per Anna, che si sbatte per poter insegnare la fisica (moderna e non) alle scuole superiori.

Letture amene per il weekend Ottobre 24, 2008

Inviato da Marco in : Educazione e scuola, Politiche della ricerca, Scienza e dintorni , 11 commenti

In questi giorni di agitazioni, manifestazioni, occupazioni, infiltrazioni (e a tratti pure equazioni), ecco qualche lettura amena - e magari pure un dito provocatoria, se non alternativa - per il week-end, a proposito di cervelli in fuga, precari, università, ricerca, scuola e robetta simile. Poi ne parliano, neh?

Buon weekend, fate i bravi. Occupate, discutete, calcolate. E, dopo una certa ora, bevete la giusta quantità di malto fermentato alla gradazione che preferite, e pensate ad altro.

La statistica degli eventi improbabili spiegata a Oliver Ottobre 12, 2008

Inviato da Marco in : Divulgazione, Fisica, Scienza con Oliver, Scienza e dintorni , 45 commenti

Da qualche giorno Oliver mi guarda in cagnesco. In teoria non dovrebbe essere un problema, perché Oliver è a tutti gli effetti un cane. Il punto è che Oliver ha passato i suoi primi mesi di vita con una gatta, e questo lo ha piuttosto “felinizzato”. Chiariamoci, è sempre incredibilmente lineare, fedele e scemotto come un cane. Però saltella come un gatto quando caccia, e guarda in cagnesco solo in due casi: vuole assolutamente giocare a “tirami l’osso ed io ringhio feroce”, oppure è preoccupato. Le preoccupazioni di Oliver comprendono l’eccessiva vicinanza di qualcuno alla sua ciotola, un infante nella sua cuccia, o la sparizione di uno dei padroni per più di cinque minuti. Ma oggi sembra esserci qualcosa di nuovo. “Cosa c’è?  Sputa il rospo!” “Non mangio rospi da quella gita in montagna…”  “Uff” “Beh, anche se sono un cane a volte ascolto quello che si dice in giro. Tu stai costruendo un macchinone che ci ucciderà tutti. Si, insomma, quell’acceleratore elleaccacci a cui lavori, dicono che potrebbe distruggere il mondo con un buco nero o con qualche altra terribile cosa… ” (Oliver è un cane pavido) “… puoi garantirmi che la cosa è sicura, che non c’è pericolo?”.

Ahi ahi ahi, come faccio questa volta? Con il bosone di Higgs me l’ero cavata con la storia della melassa, ma questa volta mi tocca tirare in ballo la statistica, e statistica vuol dire numeri: Oliver sa contare, ma non gli piace farlo. Vabbé, proviamo.

Allora, Oliver, ascolta, ci sono due cose importanti che devi cercare di capire (Oliver assume la sua consueta faccia concentrata). La prima è questa: la scienza non può garantire nulla in modo assoluto. Non può dire “mai”, o “sempre” (lampo di terrore negli occhi di Oliver. Io continuo imperterrito). Per esempio, nella vita comune diciamo che la tua razione si pappa quotidiana (di nuovo rilassato e attento, conosco il mio pollo!) pesa 400 grammi. In realtà il massimo che la scienza può dire è che - con una certa probabilità - il peso della tua pappa è contenuto in un intervallo centrato sul valore di 400 grammi; intervallo che ha una larghezza che dipende da tanti fattori, ma principalmente dalla bilancia che abbiamo usato per pesare la pappa. Nella vita quotidiana questo intervallo è sufficientemente piccolo rispetto al peso totale della tua pappa, e finisce che ce ne dimentichiamo e usiamo solo il valore centrale. Allo stesso modo, la scienza non può mai dire che un avvenimento non avverrà mai, perché sappiamo solo calcolare la probabilità di un avvenimento (e in certi casi non ne siamo neanche capaci, ma di questo parliamo dopo). Tu capisci che cosa è la probabilità di un avvenimento, vero?

Se dico che hai il 50% di probabilità che io ti dia un biscotto ogni volta che usciamo in passeggiata, vuol dire che riceverai in media un biscotto ogni due passeggiate. E siccome usciamo in passeggiata due volte al giorno, in un anno riceverai in media 365 biscotti. Ma magari non proprio uno al giorno, che un giorno potresti riceverne due (Oliver sbava) e un altro nessuno (tristezza negli occhi). Adesso diciamo - ma solo per scherzo, eh! - che la probabilità che io ti dia un biscotto durante una passeggiata sia 10^{-20} (Oliver - che conosce bene la notazione esponenziale - impallidisce, lo vedo persino sotto il pelo): cosa vorrebbe dire? “Un cane salsiccio meticcio longevo come me ha un’aspettativa di vita di 20 anni: se conto due passeggiate al giorno fanno 7300 passeggiate nella vita: non avrei mai nessun biscotto. E nemmeno se uscissi dieci volte al giorno!”. Beh, sono sicuro che adesso capisci: questa è la migliore definizione di “mai” che la scienza possa dare! Un evento estremamente improbabile ha una probabilità piccolissima, sebbene diversa da zero: l’inverso della probabilità ti dice quante volte dovresti “tirare il dado” (o uscire in passeggiata, o far sbattere un protone contro l’altro) per far avvenire almeno una volta (in media) quell’evento. Se questo numero è enormemente più grande delle tue possibilità di tirare il dado (o di uscire in passeggiata nella tua vita, o di far sbattere un protone contro l’altro nell’arco della vita di tutto l’Universo), allora puoi rilassarti e dirti che l’evento non avverrà “mai”. Pur continuando ad essere (pochissimamente) probabile!

Rincariamo la dose: esiste una probabilità che io e te, adesso mentre passeggiamo, transitiamo per un fenomeno che si chiama tunnel quantistico nel centro della terra e moriamo di una morte orribile. Diciamo, approssimando, che la probabilità sia circa di 10^{-500}. Il suo inverso, contato in numero di interazioni tra atomi, è maggiore (e di molto!) dell’età dell’universo. E infatti nessun uomo e nessun cane si preoccupa che un tale evento possa accadere!

Ma qui arriva la seconda cosa di cui ti devo parlare. I biscotti in passeggiata o il tunnel quantistico degli atomi sono eventi che conosciamo e abbiamo osservato: sappiamo calcolarne la probabilità. Ma come facciamo per gli eventi che non sono mai accaduti? Come i buchi neri prodotti da LHC, o l’apparizione di draghi ferocissimi da un’altra dimensione nella tua cuccia quando vai a dormire? Semplice: non possiamo! Non è possibile calcolare una probabilità per un evento che non è mai accaduto. Quello che possiamo fare però è una cosa molto comune nella scienza: possiamo mettere dei limiti, ovvero possiamo dire che un certo evento mai osservato, se dovesse esiste, ha una probabilità di accadere inferiore a una certo valore. Come faccio il calcolo?  Per esempio, potrei contare quante volte nella storia della terra i cani sono andati a dormire nella loro cuccia, e i draghi ferocissimi da un’altra dimensione non sono apparsi (perché no, stai tranquillo, per adesso non è mai accaduto). La probabilità dell’evento-draghi sarà inferiore all’inverso di questo numero. “Che è un numero grande!” - guaisce Oliver, che ormai ha capito l’antifona, dunque una probabilità piccola, dunque… E per esempio puoi calcolare quante interazioni tra due protoni di energia simile a quella delle collisioni di LHC sono avvenute in natura dall’inizio dell’universo: è di nuovo un numero molto grande. E siccome non abbiamo avuto buchi neri catastrofici o draghi che abbiano inghiottito l’universo, puoi mettere un limite superiore alla probabilità di questi eventi, e confrontarla con il numero di collisioni che avverranno a LHC. Che è la migliore approssimazione di “non accadrà mai a LHC” che puoi dare. Soddisfatto?

Oliver sembra decisamente più sereno di quando siamo usciti di casa. Di colpo si ferma, si siede e gonfia il petto: “Se dovessimo finire nel centro della terra per quel tunnel-quanto-non-mi-ricordo-bene, io sarei fiero di morire al tuo fianco! Posso avere un biscotto, adesso?”.

Politiche per ricerca e università: arrivano i conti Ottobre 3, 2008

Inviato da Marco in : Militanza, Politiche della ricerca, Scienza e dintorni , 44 commenti

Sono iscritto alla mailing list dell’Osservatorio Ricerca. Il messaggio di ieri contiene un simpatico resoconto delle politiche per la ricerca dell’attuale governo italiano. Eccolo in versione quasi integrale; grassetti e faccine sono miei, giusto per dire che cosa mi sembra più grave, nella desolazione generale…

Le politiche Berlusconi-Tremonti-Brunetta-Gelmini su Università e Ricerca presentano il conto al paese e determinano una prospettiva di futuro per l’Italia fuori dagli accordi di Lisbona, ossia fuori dalla strategia europea che ha individuato nella conoscenza il fulcro centrale del nuovo sviluppo sociale. :-(

Riportiamo di seguito la lista dei drammatici interventi del Governo (era difficile prevedere in così pochi mesi la messa in atto di un progetto così disastroso, privo di qualunque indirizzo proveniente da una seria valutazione del sistema Università e Ricerca e senza nessuna trasparenza e confronto):

1) Il finanziamento dell’abolizione dell’ICI sulla prima casa per le famiglie con redditi alti (per quelle con bassi redditi era già stata abolita dalla finanziaria 2008 del Governo Prodi), si basa tra gli altri sul decreto legge n. 93/2008 che ridurrà ogni anno (fino al 2013) di 467 milioni di euro il fondo statale di finanziamento ordinario delle università (taglio del 6% totale del fondo che però grava essenzialmente sulla parte comprimibile (13%): manutenzioni, utenze, etc);

2) la legge n. 133/08 comporta una riduzione del turn-over al 20% per le università (su 5 che vanno in pensione 1 solo verrà assunto) nel periodo 2009-2013 con la seguente riduzione di finanziamento (-64 milioni-euro nel 2009, -190 milioni-euro nel 2010, -316 milioni-euro nel 2011, -417 milioni-euro nel 2012, -455 milioni-euro nel 2013). Per gli EPR si avrà una riduzione del 20% nel 2009 mentre dal 2010 al 2013 ogni unità di personale che esce potrà essere sostituita da una sola unità personale in entrata e non in base al valore economico “liberato” (un dirigente di ricerca libera un valore economico che corrisponde a più unità di personale al primo impiego).

Sommando i soli tagli all’università provenienti da ICI e turn-over si ha che nel quinquennio 2009-2013 ci sarà una riduzione di quasi 4 miliardi di euro … [snip]

3) Nella legge n. 133/08 viene inserita una norma che concede la possibilità alle università italiane di trasformarsi in fondazioni private. Sono del tutto evidenti i rischi per l’autonomia degli atenei e dei docenti oltre che per quei settori e ambiti di ricerca che non sono appetibili sul piano economico.

Di fatto il combinato disposto ­ taglio indiscriminato delle risorse e possibilità di trasformazione in fondazione privata ­ rischia di modificare il sistema universitario nazionale in un sistema di formazione estremamente debole e con accessi differenziati in base al censo. Inoltre, senza alcun riferimento alla valutazione si selezioneranno le sedi universitarie non sulla base del loro valore didattico e scientifico ma in ragione della diversità del contesto socio economico in cui operano.

[snip]

4) la legge 133/2008 prevede, anche per gli enti di ricerca come per le altre amministrazioni dello Stato, una riduzione della pianta organica pari almeno al 10%: questo implica per quegli enti che hanno la pianta organica al completo un gravissimo problema di blocco, aggiuntivo a quello del turn-over.

[snip]

Il quadro che emerge è chiarissimo:

- Tagli economici insopportabili per un settore già in grave sofferenza e del tutto sottovalutato rispetto a quanto sta succedendo nel resto del mondo negli ultimi 15 anni. Tagli oltretutto del tutto indiscriminati, alla faccia di tutte le discussioni su merito e promozione delle eccellenze.

- Abbandono delle risorse più pregiate di cui un paese oggi può godere: i giovani di talento nella ricerca scientifica. Non è un caso che in tutto il mondo i nostri giovani trovino rapidamente collocazione e si inseriscano a livelli qualificati.

[snip]

:-(

Come suggerisce Tommaso, lo scienziato è una specie in via di estinzione in Italia. Adieu.

E’ passata la buriana Settembre 30, 2008

Inviato da Marco in : Comunicazione, Divulgazione, Fisica, Scienza e dintorni, Vita di frontiera , 69 commenti

Uff, sono passate 3 settimane dallo startup di LHC, e una decina di giorni dall’incidente nel settore 34. Dopo l’indigestione di contatti di inizio mese, le cose sembrano essersi normalizzate: i visitatori di queste paginette sono rientrati a un livello normale, come vedete dallo zoom del grafico delle statistiche degli accessi di settembre. Grazie al cielo :-) Un po’ di persone che sono approdate da queste parti proprio intorno al 10 settembre sembrano essere rimaste in zona, in modo più o meno silenzioso: un benvenuto ufficiale a tutti. E un piccolo avvertimento: scordatevi che parli di continuo di fisica. Di continuo non ce la faccio, e di fisica non ho sempre voglia (ehi, io quella roba la faccio di lavoro!).

E poi, diciamocelo, ci sono un sacco di altri interessantissimi argomenti di cui può essere piacevole chiacchierare, come mi faceva notare qualche lettore della prima ora. Per esempio, qualcuno sa per caso come si uccide velocemente una pianta di bambù senza che il proprietario se ne accorga, e senza che gli altri vegetali nei dintorni ne soffrano? Perché il bambù del nostro vicino ci sta invadendo il giardino - salta fuori da sotto la siepe, come nel giorno dei trifidi! - e io me lo sogno di notte (e no, non ho ancora trovato il tempo, la voglia, il coraggio e soprattutto il vocabolario francese per andargli a esporre i miei timori… forse qualcosa come Excusez moi, pourriez vous exterminer votre bambou jusqu’à la racine, SVP? Je vous prie d’agréer mes salutations distinguées? Non so…).

Tornando alla fisica, nei commenti si accumulano domande e richieste di spiegazioni che solleticano il mio spirito didattico. Siccome ultimamente non ho tantissimo tempo per passeggiare con Oliver (che, come gli affezionati sanno, è mooolto geloso di Giulia), ho bisogno di fare un po’ di selezione per le nostre prossime chiacchierate. E siccome sono un geek nel profondo (e anche in superficie), voilà il mio primo sondaggio, giusto per vedere come funziona. Fatemi sapere.

Update [10 Ottobre 2008]: 130 votanti - un voto è mio, tanto per provare il sistema - mi sembrano abbastanza (ehi, mica me ne aspettavo così tanti!) e le tendenze mi sembrano chiare. Sondaggio chiuso, grazie a chi ha partecipato. La statistica degli eventi improbabili spiegata a Oliver è l’argomento della nostra ultima passeggiata, nel futuro vedremo di chiacchierate di materia e antimateria, che tra l’altro i Nobel per la fisica 2008 cascano a pennello. Riverenze e ossequi.

Un caffè con l’Oca Settembre 29, 2008

Inviato da Marco in : Comunicazione, Divulgazione, Fisica, LHC, Scienza e dintorni, Vita di frontiera , 24 commenti

Giovedì scorso Sylvie Coyaud, l’Oca sapiens, è passata al CERN a vedere di persona come stanno le cose. Tra gli altri, a Sylvie è saltato in mente di venire a conoscere di persona il sempre vostro, abbiamo bevuto insieme uno dei pessimi caffè del building 40 (poveretta! Mi scuso ancora…) e chiacchierato piacevolmente per un’oretta. Sylvie ha raccontato la sua visita nell’inserto culturale de Il Sole 24 Ore di ieri, domenica 28 settembre. Non è che qualche anima buona lì fuori ne ha per caso comprata una copia, e mi scansirebbe e manderebbe l’articolo? In rete non lo trovo. Se finite sul blog di Sylvie, date un occhio ai commenti, ci troverete qualche piccola indiscrezione in anteprima sulle ragioni del guasto a LHC. Non vi rovino la sorpresa, né ovviamente vi dirò chi ha detto cosa…

Update: grazie a Connie che mi ha mandato la scansione dell’articolo (e ricordato come può essere bella - e fredda! - Torino in autunno. Per fortuna che prevediamo di tornarci uno dei prossimi week-end: come si fa ad affrontare l’inverno senza una castagna d’india degli ippocastani del Valentino in tasca?).