salta alla navigazione

Le ragioni della ricerca inutile Novembre 12, 2008

Inviato da Marco in : Politiche della ricerca, Scienza e dintorni , 64 commenti

Capita di tanto in tanto che qualcuno mi chieda che cosa faccio di mestiere. Immancabilmente, dopo che dico “il ricercatore” o “il fisico delle particelle”, e tento di spiegare qualche dettaglio del mio lavoro più o meno quotidiano (e dunque il CERN, LHC, ATLAS, gli acceleratori, il Modello Standard e i suoi limiti, il bosone di Higgs, i fotoni, gli elettroni, i calorimetri, la calibrazione, i fondi, …), arriva la domanda: “Tutto questo, a cosa serve?“. E’ a questo punto che mi irrigidisco: l’ho sentita così tante volte, ho risposto ormai da tutte le angolazioni possibili, che mi sembra incredibile che me la si ponga ancora. E, onestamente, non ho più molta voglia di rispondere (poi lo faccio, non temete, in quanto a imperativi morali sono secondo solo a Kant). Non ho più molta voglia perché si tratta di una domanda infida. Infida perché nell’80% dei casi non è la vera domanda che il mio interlocutore intende fare. Se lo fosse, l’unica risposta possibile (”serve a capire come funziona il mondo in cui viviamo“) dovrebbe bastare, e anzi, provocare lucciconi agli occhi, e acquolina in bocca e desiderio di offrirmi un caffè per trattenersi a parlarne ancora. Ma non va (quasi) mai a finire così, e la ragione è che “tutto questo, a cosa serve?“, nella maggior parte dei casi vuol dire in realtà: “Quale problema che affligge l’umanità in questo momento storico sarà risolto dai risultati di questa tua attività dall’aria così complicata?“. E ovviamente, se questo è il senso profondo della questione (e lo è, purtroppo, nell’80% dei casi) l’unica risposta possibile è: “Nessuno“. O “niente“, se restiamo sulla prima formulazione della domanda. A che cosa serve la ricerca fondamentale? A niente. La ricerca fondamentale non fornisce nuove forme di energia, non costruisce nuovi mezzi di comunicazione, non sintetizza vaccini per malattie incurabili, non allunga la vita media della popolazione, non rende il tuo bucato più bianco. La ricerca fondamentale è - solo ed esclusivamente - il mestiere di capire.

Se arriviamo a questo punto della discussione, di solito il mio interlocutore, in modo più o meno gentile a seconda delle occasioni, mi propone una geniale strada alternativa: “Ma allora, non sarebbe forse meglio spendere tutti questi soldi, dedicare tutte queste energie, impiegare tutti questi cervelli, nel fare qualcosa di utile nella ricerca applicata?”. Ed è qui che di solito mi infurio. Cioè, non mi infurio sul serio perché sono mite e gentile d’animo, ma dentro di me galoppano i cavalli di Gengis Khan. Perché, primo, un simile ragionamento dimostra una ristrettezza di vedute davvero sconsolante (e se reggete fino alla fine tenterò di spiegare il perché); e, secondo, la locuzione ricerca applicata mi fa venire il prurito alle mani, perché le parole sono importanti! E allora, iniziando proprio da qui, bisogna prima di tutto dire che ricerca applicata è un ossimoro:

os|si||ro, os||mo|ro (s.m.)
1 ret., figura retorica che consiste nell’accostare parole che esprimono sensi abitualmente contrapposti (ad es. una lucida follia, un felice errore)
2 estens., contraddizione radicale

Si va alla ricerca di qualcosa di nuovo, di inaspettato, della spiegazione del mistero, inoltrandosi in un territorio inesplorato. Si applica una conoscenza che si possiede già, che si controlla, i cui dettagli sono almeno in parte chiari. Volendo chiamare le cose con il proprio nome, la ricerca applicata altro non è che innovazione tecnologica, campo degnissimo e indispensabile, ma che viaggia in parallelo alla ricerca fondamentale. Magari pure a braccetto - perché no? - ma che non ne rappresenta un’alternativa. Perché, che piaccia o meno, l’innovazione tecnologica si basa sui risultati (di per sé inutili) della ricerca fondamentale: privarsi della prima vorrebbe dire condannare all’esaurimento la seconda nel giro di qualche anno.

Certo, per portare avanti la ricerca fondamentale si fa comunque molta innovazione tecnologica (pensate per esempio alle tecnologie sviluppate per i rivelatori di LHC, che vengono poi usate per esempio nella medicina nucleare), e questo di per sé potrebbe essere un buon motivo per perseguirla. Ma, sebbene vera, questa è una motivazione nella migliore delle ipotesi superficiale.

Per definizione la ricerca fondamentale non sa dove andrà a parare: conosce a grandi linee l’ambito in cui si sta muovendo, sfrutta tutta la conoscenza precedente per organizzare la direzione delle ricerche, ma non offre alcuna garanzia di successo o di utilità rispetto al risultato finale. La sua storia è costellata di vicoli ciechi, di idee che non portano da nessuna parte, di tentativi e teorie falliti, di informazioni interessanti ma del tutto prive di applicazioni commerciali. E quando invece genera un successo pratico, è sempre in un secondo momento. Secondo momento che a volte arriva molto rapidamente, come un’intuizione geniale che segue da subito l’osservazione (pensate alla penicillina di Fleming), ma più spesso impiega  del tempo a manifestarsi (come per esempio nel caso di tutti i dispositivi elettronici che, a distanza di più di dieci anni, hanno seguito la scoperta di alcuni aspetti della meccanica quantistica; o la televisione, che ha seguito di svariati anni la scoperta dell’elettrone). Questa caratteristica di inutilità immediata della ricerca fondamentale è paradossalmente necessaria e indispensabile al progresso, e non è in alcun modo sostituibile dai soli sforzi di innovazione tecnologica. Ma non è tutto: dovrebbe anche far riflettere su come la ricerca debba essere finanziata e orientata. Non è infatti molto credibile uno scenario in cui la ricerca fondamentale (che non può, per definizione, garantire risultati applicabili, e dunque potenziali utilizzi commerciali) sia finanziata da soli fondi privati.

Quest’ultima riflessione mi riporta al primo motivo di irritazione rispetto alla proposta di dedicarsi, di preferenza, alla “ricerca applicata”. La misura dell’utilità pratica di una ricerca, in modo diretto o indiretto rispetto a quante applicazioni pratiche ha prodotto o potrebbe produrre, non può e non dovrebbe essere il metro con cui se ne decide l’opportunità. Non solo perché in molti casi, come spiegavo prima, questa utilità emergerà solo a posteriori, ma sopratutto perché esistono ambiti in cui questa utilità non potrà mai essere delineata in termini di applicazioni pratiche. Ci sono una pletora di ambiti di ricerca fondamentale che, nel loro aumentare la conoscenza, non producono nemmeno con il tempo alcuna ricaduta “pratica” o innovazione tecnologica. E’ vero praticamente per tutte le scienze umane, e per molte scienze naturali (pensate per esempio a quelle che si occupano del comportamento animale, o alla biologia evoluzionista). Ed ecco quindi una profonda verità: la ricerca fondamentale - la scienza in senso esteso - produce sapere sotto forma di comprensione, e questa comprensione rimane il suo scopo primario, e persino unico per molte delle sue discipline.

La cultura corrente sembra ignorare che proprio dalla comprensione delle dinamiche del mondo in cui ci troviamo a vivere - comprensione frutto dell’indagine scientifica - possono arrivare indicazione di senso che siamo invece abituati ad aspettarci dalla riflessione filosofica, religiosa o politica. Si pensi ai cambiamenti di prospettiva - grandi e piccoli - che certe scoperte scientifiche (di nuovo: di per sé inutili!) hanno portato o potrebbero portare una volta assimilate dalla coscienza collettiva. Da quelli che toccano l’organizzazione della società (per esempio, la prova scientifica della falsità del concetto di razze umane differenti) a quelli che ne scuotono le fondamenta (la rivoluzione copernicana che toglie l’uomo dal centro dell’universo, o l’evoluzione darwiniana che lo dice formalmente uguale alle altre specie viventi). La scienza è un prodotto culturale umano, prima (e invece!) di essere un metodo di miglioramento della produzione. La ricerca fondamentale è un’attività speculativa, e in quanto tale è importante: perché, che piaccia o meno, le innovazioni tecnologiche sono il frutto di uno sviluppo umano, e non viceversa.

O frati, dissi, che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.

Dante, Inferno, canto 26 (vv 112-120)

Perché è di questo che tutti parlano. Di futuro. Novembre 6, 2008

Inviato da Marco in : Letture e scritture, Militanza, Nuvole parlanti , 6 commenti

Un respiro tra un meeting al CERN e un altro paragrafo di questo benedetto articolo che sto editando e non riesco a far convergere (ma che pena è scrivere un articolo a venti mani?). Bom, un respiro, dicevamo. Conoscete Gipi? Per la maggior parte dei lettori di Repubblica dovrebbe essere un nome familiare: per intenderci, è l’illustratore dei paginoni centrali dell’inserto letterario. Se invece non vi dice nulla - male! -, vi piacciono i fumetti d’autore e gli acquerelli, e vivete in Italia, non mancate domani di recarvi nella vostra edicoletta preferita e comprare La mia vita disegnata male (Fusi orari e Coconino Press 2008), che esce con Internazionale. E’ l’autobiografia del fumettista pisano, che, obiettivamente, tanto male non disegna, se pensate che tra il 2004 e il 2008 ha ricevuto una dozzina di premi. Io che non vivo in Italia me la farò probabilmente comprare dalla mamma, che non voglio mica perdermela.

A proposito di Internazionale, per questo settimanale Gipi disegna la sua “settimana”. L’ultima volta era in visita al Dipartimento di Fisica della Sapienza di Roma (quello di Fermi, oh si), e ne è venuta fuori questa bella tavola, (di cui vedete un assaggio lí sopra), che guarda con un occhio speciale il movimento universitario di questi ultimi tempi. E, nella desolazione generale, mi sembra doni un po’ di speranza. Per il futuro. Buona lettura.

American skin (change has come!) Novembre 5, 2008

Inviato da Marco in : Militanza , 73 commenti

If there is anyone out there who still doubts that America is a place where all things are possible; who still wonders if the dream of our founders is alive in our time; who still questions the power of our democracy, tonight is your answer. (…) For that is the true genius of America — that America can change.

Se c’è qualcuno là fuori che ancora dubita che l’America sia un posto dove tutto è possibile; che si domanda se il sogno dei nostri fondatori sia ancora vivo; che sospetta ancora della forza della nostra democrazia: la risposta per questo qualcuno è questa sera. Perché questo è il vero genio dell’America - che l’America può cambiare.

Barak Obama, Presidente degli Stati Uniti d’America

Victory Speech in Grand Park (Chicago), 4 Novembre 2008

http://video.google.com/videoplay?docid=-3477482826040622447

P.S.: fatevi un piacere, ascoltatevi tutto il discorso. Lo so, è in ammerikano, epperò si capisce veramente bene, e dal link in alto potete stamparvi il testo completo per seguire meglio. Come Obama è un grandissimo retore, e ha una qualità che non si riesce a trovare in nessun politico italiano: la capacità di commuovere i suoi interlocutori, e di far sognare chi ascolta. Yes, we can!

Update: per chi fatica con l’inglese, ecco la traduzione integrale in italiano del discorso, cercata e trovata al volo sulla rete.

Letture amene per il weekend Ottobre 24, 2008

Inviato da Marco in : Educazione e scuola, Politiche della ricerca, Scienza e dintorni , 11 commenti

In questi giorni di agitazioni, manifestazioni, occupazioni, infiltrazioni (e a tratti pure equazioni), ecco qualche lettura amena - e magari pure un dito provocatoria, se non alternativa - per il week-end, a proposito di cervelli in fuga, precari, università, ricerca, scuola e robetta simile. Poi ne parliano, neh?

Buon weekend, fate i bravi. Occupate, discutete, calcolate. E, dopo una certa ora, bevete la giusta quantità di malto fermentato alla gradazione che preferite, e pensate ad altro.

Calpestateci Ottobre 23, 2008

Inviato da Marco in : Militanza, Politiche della ricerca , 15 commenti

Ho ascoltato la Gelmini mentre elencava i mali dell’università italiana: sono mali veri, ma lei lo diceva con odio e arroganza. Lei che è il ministro dell’Istruzione. E’ come se uno avesse un figlio con dei problemi e provasse a guarirlo bastonandolo.

Pierluigi Bersani, 23 ottobre 2008

Mi chiedo: dopo le legnate, calpesteranno i feriti?

Inauguriamo, inauguriamo Ottobre 22, 2008

Inviato da Marco in : CERN, LHC, Politiche della ricerca , 22 commenti

Da queste parti ieri ha avuto luogo la festa (mesta) di inaugurazione di LHC. A suo tempo i testoni dell’amministrazione, insieme con i delegati del consiglio del CERN, avevano deciso che lo champagne andava stappato comunque, anche con la macchina ferma per mesi e il morale di tutti un po’ basso. Certo, non avrebbero dovuto stupirsi che molte delle autorità previste abbiamo dato disdetta all’ultimo, adducendo malditesta improvvisi e appuntamenti dal dentista di corte. Peccato. Di tutta la giornata, pochi i punti salienti da ricordare.

Uno. La percentuale di tamarri autodipendenti tra i dipendenti del CERN è uguale a quella nella popolazione civile. Non siamo migliori. Nonostante la metà dei parcheggi del sito fosse chiusa per far spazio a giornalisti e VIP, e fosse stato esplicitamente chiesto di evitare le auto, praticamente nessuno ci ha rinunciato per venire al lavoro. Risultato: ogni centimetro quadrato di aiuola e marciapiede del CERN era coperta da macchine, veramente un’immagine splendida. Meno male che l’inaugurazione non se l’è cagata praticamente nessuno. Il sottoscritto - ligio al dovere come pochi - ha mollato l’auto nel parcheggio dell’asilo di Giulia, e se l’è fatta a piedi sotto la pioggia dal centro di Meyrin all’ufficio, per poi sentirsi un cretino di fronte al parcheggio selvaggio del resto del mondo.

Due. Sui baveri delle giacche degli italiani selezionati per accogliere ufficialmente le delegazioni campeggiavano adesivi con “cervello in fuga” o immaginette di “beata ignoranza”. Peccato che l’Italia non abbia inviato nessun responsabile politico che potesse apprezzarli. Ok, l’occasione non meritava (e la Gelmini avrebbe probabilmente preso i pomodori), ma tra la selva dei sottosegretari non potevano trovarne uno che fosse incuriosito dalla cucina molecolare del buffet ufficiale? Alla fine hanno spedito il capo delle delegazione italiana all’ONU di Ginevra, il più vicino in linea d’aria. A questo punto, italiano per italiano, il pizzaiolo della Meyrinoise aveva meno strada da fare.

Tre. I magneti di LHC esposti sulla rotonda di Saint Genis sono eccellenti per ospitare gli striscioni di una protesta. I francesi, che hanno pure loro dei problemini di tagli al numero di insegnati, lo hanno capito al volo e ne hanno approfittato. Certo, nel loro caso si è mosso il primo ministro (il presidente della repubblica era a chiacchierare con il presidente americano), motivo per il quale nel campetto di rugby dietro al CERN se ne stava ben appostata una squadra di CRS, la polizia francese dal manganello facile, pronta a menare le mani. I manifestanti di cui sopra hanno optato per la linea morbida, e abbandonato lo striscione in bella mostra sul magnete. Intorno alle 23 dovevano rimuoverlo i gendarmi sconsolati: anche questa è una buona strategia di protesta.

Quattro. E’ perfettamente possibile infilarsi di straforo al banchetto dei VIP, se si hanno insieme un po’ di fortuna, una faccia di tolla sufficiente, e la prontezza di mescolarsi ai camerieri che entrano dalla porta posteriore non presidiata dagli energumeni con l’auricolare. Il sottoscritto e un collega francese ci sono riusciti: la cucina molecolare valeva la pena di essere assaggiata (e il buffet per i comuni mortali non reggeva nemmeno lontanamente il confronto!). L’essere vestito da boscaiolo canadese quando tutti gli altri erano in giacca e cravatta è stato un dettaglio trascurabile, è bastato tenere costantemente in mente cosa riesce a fare Wolverine con un tenuta simile, e muoversi con leggerezza. Il fatto che i camerieri fossero italiani ha certamente aiutato, comunque. Anche il Marsala del 1988 tracannato di gusto appena entrati.

Cinque. Les Horrible Cernettes riscatterebbero qualunque serata.

Meritocrazia, mobilità, precarietà Ottobre 17, 2008

Inviato da Marco in : Militanza, Politiche della ricerca , 4 commenti

Sono d’accordo con il Ministro Brunetta sulla meritocrazia e sulla mobilità dei ricercatori giovani. Mi sono laureato nel 1979, ho lavorato negli Stati Uniti, alla scuola Normale, al Max Planck Institut e al CNR fino al 1988, anno in cui, a 33 anni, ho vinto il primo concorso libero per associati. Tuttavia esistono lunghi periodi, nel nostro Paese nei quali per molti anni, non ci sono concorsi; alla fine di questi periodi ci sono persone molto brave che non hanno mai avuto l’opportunità di un concorso libero. Ciò succede purtroppo anche ora, dopo cinque anni di ministero Moratti e due di ministero Mussi. Una delle ultime cose buone che ha fatto Mussi - lo dico da professore universitario - è stato il prevedere posti in più per i ricercatori universitari, che in parte il nostro Governo attuale - il vostro Governo - sta mantenendo, e lo stabilizzare molti ricercatori meritevoli negli enti di ricerca. Ora, quando per molti anni non sono banditi concorsi, fermare simili stabilizzazioni implica una catastrofe, e il Ministro Brunetta dovrebbe saperlo perché egli è diventato professore associato con i concorsi del 1981 detti anche «grande sanatoria» con i quali tutti quelli che, a vario titolo, erano precari nelle università, sono stati, con un concorso riservato, accettati come professori. Poiché la situazione odierna è assai simile prego il Ministro di riconsiderare molto attentamente ciò che sta facendo ai precari, almeno per quanto riguarda la ricerca. Egli, infatti, rischia di fare del male ad altri: di non far loro godere un beneficio del quale, in un certo senso, egli stesso ha goduto

Giovanni Battisti Bachelet, intervento alla seduta 67 Camera dei Deputati, 15 ottobre 2008.

Copio e incollo l’intervento di Bachelet dell’altro ieri alla Camera (via Il Buco nero) perché mi sembra illuminante: quando si parla di mobilità si riesce sempre a dirne univocamente benissimo (la panacea per ogni male) o malissimo (la causa di ogni problema). Siamo onesti, il mondo non è bianco o nero: anche nella gestione del reclutamento delle teste pensanti esistono i grigi, che impongono (imporrebbero) di saper gestire in modo diverso situazioni differenti. A patto di voler gestire le situazioni con lo scopo di migliorare le cose, e non solo cercare il paniere più facile dal quale sottrarre dei soldi per dare l’impressione di saper far quadrare il bilancio.

Il contesto sollevato da Bachelet mi tocca in modo personale. Il sottoscritto è uno dei rari esempi di mobilità nel mondo della ricerca italiana (laurea in un posto, dottorato in un altro, postdoc e primo contratto in un terzo): ho imparato sulla pelle come spostarsi - sforzandosi di mantenere la testa in allenamento, uscendo da situazioni note e spesso comode - sia un elemento fondamentale per un (giovane) ricercatore. Ma nella bagarre di questi giorni sembra che si scambi una mobilità che può essere sana con una precarietà che invece avvelena la vita (e la mente) delle persone, di fatto ammettendo che possano essere sfruttate per anni e poi gettate via come fazzoletti usati.

Quanto a situazioni di carriera come quella del sottoscritto (e di Bachelet nel 1988), qualche anima bella pensa davvero che oggi (o anche ieri, prima delle crisi economiche) in Italia sia possibile bandire un concorso da associato per un soggetto che abbia passato 6 o 7 anni all’estero dopo il dottorato? Ah, illusi!

P.S. Irene mi segnala questa bella lettera sul Corriere di ieri. Merita una lettura, tanto per restare in tema.