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Gestire il flusso di informazioni, programmare la prossima mossa Aprile 22, 2008

Inviato da Marco in : Geek attitude, Idee e sperimentazioni, Life hacking , aggiungi un commento

Per finire il mio sproloquio sulla gestione del tempo, dopo aver sbrodolato per bene con la teoria, ecco un ultimo post sulla pratica. Ovvero, su come mi sto organizzando nella vita di ogni giorno per gestire il flusso di informazioni in arrivo, e tenere tutto più o meno sotto controllo. Manco a dirlo, tutto questa roba funziona per me, e funziona adesso: non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume, bla bla bla… da prendere con le pinze, dunque.

Posta elettronica. Mi sono fatto convincere da gente come David Allen e Merlin Mann, e - oltre a tenere il mio client di posta elettronica chiuso mentre lavoro - da un po’ pratico l’esercizio zen dell’Inbox Zero. Ovvero, la lettura dei messaggi è seguita immediatamente da una di queste quattro azioni: cancello, archivio, rispondo, metto in attesa. Nessun messaggio o quasi scappa, e alla fine della giornata il mio Inbox è sempre vuoto. Con qualche giorno di pratica diventa una sana abitudine. Il duro è stato iniziare, con più di mille messaggi che bivaccano nell’Inbox, ma ci sono tecniche anche per affrontare questo. Non vi tedio sui dettagli, ma ve lo consiglio caldamente: riti propiziatori prima di iniziare: questo video, questa pagina, o quest’altra.

Feed RSS. L’unica speranza di stare dietro alle molte pagine che mi interessano sono i feed RSS. Usando Firefox (usate un altro browser? Peccato, nessuno è perfetto. Però non lamentatevi…) ho installato Sage e sono piuttosto soddisfatto. Mi porta in casa al mattino le notizie che mi interessano in formato compatto, e mi ha persino permesso si disinscrivermi da due o tre mailing list (in particolare quelle di arXiv: la pagina dei feed è molto più leggibile del messaggio email, e trovo molto più facile scartabellare gli abstract degli articoli e decidere che cosa stampare e leggere). Ci sono ovviamente altre soluzioni altrettanto valide, Google Reader per citare quella forse più famosa.

Segnalibri in ordine, dappertutto: Read it later e Foxmarks. Per evitare la congestione dei miei bookmark uso questa simpatica estensione di Firefox: se una pagina su cui capito mi interessa, ma non ho tempo di leggerla immediatamente, la archivio al volo come “da leggere poi”; Read it later permette di farlo con un unico click su un bottone apposito, e il bookmark finisce automaticamente in una cartella speciale. C’è secondo bottone per ripescarla velocemente: una volta letta, se non c’e` motivo di archiviarla in modo definitivo, un nuovo click la cancella senza dolore dai segnalibri temporanei. Questo, insieme a Foxmarks che sincronizza i miei segnalibri permanenti su tutti i computer che uso, tiene i miei riferimenti in ordine come una biblioteca ordinata. Anche per questo esistono naturalmente soluzioni alternative (e.g. Delicious): il concetto rimane lo stesso, tenete in ordine i vostri cassetti.

Roba da leggere, roba da fare, materiale di supporto. Ho una cartellina rossa dove finiscono gli articoli che voglio leggere, appena stampati: me la porto dietro quando immagino di avere un po’ di tempo libero (per esempio in una qualche sala d’attesa), oppure per la mia sessione di studio settimanale in biblioteca. Ho altre cartelline di altri colori per il materiale di supporto dei progetti in corso d’opera (l’articolo che sto scrivendo, l’analisi dei dati da completare, le ricevute dell’assicurazione medica, …). Stanno in ordine, non disturbano, vengono fuori al momento giusto. Banale ma efficace.

Secchielli per idee, appuntamenti e calendari. Non vado mai in giro senza qualcosa con cui scrivere. Anche qui l’idea è semplice: qualunque pensiero, cosa da fare, punto da aggiungere a una lista, o idea da-esplorare-appena-avrò-tempo finisce al volo su carta. Ovvero, giusto per ripeterlo, fuori dalla mia corteccia cerebrale già sufficientemente oberata (e in rapido decadimento!): altrimenti continuerò a perseguitarmi nei momenti meno opportuni. Siccome sono un po’ maniaco di bella scrittura e carta dal buon odore mi tratto bene: ho un paio di penne stilografiche regalatemi anni fa che mi piace proprio usare, e di recente ho scoperto il cahier più piccolo dei Moleskine, che sta giusto giusto in una tasca e ha persino le ultime pagine staccabili in modo da poter disseminare appunti in giro. Le idee raccolte su carta finiscono poi nelle liste di cose da fare, ma di questo parlo tra un attimo. Siccome la carta mi piace proprio, anche la mia agenda è ancora analogica: ho provato un paio di soluzioni digitali (Google Calendar, Lightning) senza appassionarmi veramente, e sono ritornato a un organizer classico.

Liste di cose da fare. Tutti i giorno svuoto i secchielli, ovvero: le idee raccolte al volo sulla carta finiscono sistematizzate in una serie di liste di azioni. Una lista per ogni progetto in corso, come è giusto che sia. Tengo queste liste su dei semplici file di testo, che aggiorno a mano con l’editor di turno (che di solito è emacs, ma se mi capita di lavorare con Win**** uso Notepad++ che è comunque mooooolto meglio del suo fratellino lobotomizzato senza i più più). Ho scelto di usare il formato ASCII per semplicità, interoperabilità, e perché in fondo una lista non ha bisogno di nessuna formattazione. D’accordo, scrivo i miei punti con un po’ di criterio, seguendo uno stile che assomiglia un po’ a una forma di YAML, ma questo giusto per poter di tanto in tanto giocare un po’ con grep (Ah, cosa farei senza grep? :-)). So che esistono programmi complessi per la gestione delle todo list, ma a me sembrano sempre un po’ esagerati: in fondo lo scopo è fare delle cose in modo efficiente, non mantenere delle liste esteticamente piacevoli, no? Se avete bisogno di essere convinti, potreste leggere questo,

E questo è più o meno tutto… per adesso sembra funzionare abbastanza bene. Mi rendo conto che ne è venuto fuori un post lunghetto e parecchio geek. Amen. Se qualcuno dei viandanti che passa di qua ha voglia di condividere la sua cassetta degli attrezzi personale, non esiti.

Punto terzo: non si può fare tutto, e non c’è da vergognarsene Aprile 2, 2008

Inviato da Marco in : Idee e sperimentazioni, Life hacking , 5 commenti

Per finire, la metto sull’esistenziale: nella gestione serena del proprio tempo il compagno ideale di delega e semplificazione è la riduzione. Ovvero, l’umiltà del saper scegliere e del saper rinunciare, fosse anche temporaneamente. Si può fare, anche sul lavoro dove spesso sembra impossibile, previo opportuno allenamento :-)

Ridurre. Non si può fare tutto, e non c’è da vergognarsene. Rassegnatevi: non potete essere uno scrittore di successo e una rockstar virtuosa della chitarra e un alpinista di punta e un famoso fotografo e un brillante fisico delle particelle e un buon padre di famiglia allo stesso tempo. Fidatevi, per sette o otto minuti io ci ho provato, e ho fallito miseramente. Allo stesso modo - per rimanere nell’ambito lavorativo che conosco - non è possibile seguire quattro progetti d’analisi, coordinare tre diversi working group, scrivere due articoli in parallelo, andare a quattro seminari alla settimana, e leggere e digerire un articolo al giorno. O meglio, ci si può provare, con il risultato praticamente garantito di fare tutto male e superficialmente, e di vivere nell’ansia perenne. Siete affetti da questo problema? Sintomi tipici potrebbero essere: una scrivania ricoperta di carta di vario tipo che non avete mai letto, troppi email che aspettano una risposta da più di una settimana, uno o due zaini da disfare nel bagagliaio della macchina (il cui interno sta probabilmente prendendo vita propria), uno scatolone dal contenuto ormai misterioso che staziona nell’ingresso di casa da un po’, la memoria della macchina fotografica digitale con più di 100 foto da scaricare e selezionare, un paio persone che quotidianamente vi chiedono “allora, hai poi fatto quella cosa che…” costringendovi a inventare scuse. Insomma, ci siamo capiti.

Come uscirne? Basterebbe imparare a rinunciare a qualcosa, e fare di meno meglio. Vi sembra banale? Allora provate a dire qualche “no” inaspettato e vedrete la reazione di amici, colleghi, capi o familiari, dopo anni in cui li avete convinti della vostra completa disponibilità (e delle vostre sottintese ubiquità e onnipotenza). Anche se in realtà colleghi o amici non sono il problema principale: è molto più difficile saper convincere noi stessi che la riduzione è la strada giusta, che scegliere di fare una cosa e di non farne altre è un bene, una conquista. Siamo animali voraci e ingordi, dall’insoddisfazione facile. O almeno, io lo sono.

Un trucchetto che potrebbe aiutare in questi casi è tenere da qualche parte una lista delle cose “che-farei-se-avessi-il-tempo, ma-per-adesso-non-se-ne-parla, e-magari-un-giorno-si-vedrà”. Serve a non avere la sensazione di perdita e di sconfitta, e aiuta a riprogrammare le proprie priorità di tanto in tanto. Io ci metto dentro i progetti che vorrei veramente seguire oggi, per cui però non ho materialmente il tempo (e qui faccio l’esercizio mentale - faticoso ma necessario - di non illudermi sull’elasticità delle mie giornate), ma per i quali prima o poi ne libererò un po’ (”dipingere una giraffa sulla cassettiera di Giulia”). E anche quelli che invece sono solo ancora sogni (”fondare una rivista di critica educativa con Fabio Geda“), e che però non voglio abbandonare tanto facilmente. L’importante è che siano lontani e separati dalla liste delle cose da fare hic-et-nunc: non hanno il diritto di distrarvi! E che ogni tanto diate loro un’occhiata potando qua e là, che il cuore è un muscolo volubile.

Punto secondo: i progetti non sono azioni Marzo 31, 2008

Inviato da Marco in : Idee e sperimentazioni, Life hacking , aggiungi un commento

Ammettiamo di essere riusciti a ritagliarci degli spazi di concentrazione ininterrotti, e poi liberare la nostra testolina da ogni obbligo di ricordarsi che cosa dobbiamo e vogliamo fare, che quest’incombenza sia stata brillantemente delegata a un sistema più o meno complesso, diciamo per esempio una bella serie di liste di cose da fare scritte con cura sull’agendina nuovo di zecca. E adesso? Cosa mi garantisce che queste liste non restino lì vita natural durante, a riempire di ansia le mie giornate ricordandomi la mia incapacità di fare fronte a tutti i miei impegni?

Semplificare. I progetti non sono azioni. Il problema principale delle liste di cose da fare (perlomeno delle mie to-do list) è (era!) che contengono elenchi di obiettivi, e non di cose da fare come invece dovrebbero. “Finire l’analisi dei dati del test beam”, “scrivere l’articolo per JINST”, “organizzare il prossimo meeting”, “iscrivere Giulia all’AIRE”: una lista del genere è inutile e spesso persino paralizzante, perché in realtà non contiene cose che posso fare qui-ed-ora, insomma le azioni del metodo GTD, ma solo progetti che per essere complettati richiedono molte azioni consecutive. Per “iscrivere Giulia all’AIRE” devo “telefonare al consolato a Lione”, “scaricare e compilare il modulo”, “andare alla posta e spedire una raccomandata”: cose che tra l’altro difficilmente farò in modo consecutivo nel tempo e nello stesso posto.

Realizzare la differenza tra azioni e progetti (e spezzettare tutti i miei progetti aperti in azioni concrete) è stato molto liberante: obiettivi fermi da settimane, di quelli che come una murena rimangono ad attendere minacciosi sul fondo della lista, quelli a cui non osiamo nemmeno più avvicinarci e ci tornano in mente alla sera con i loro fastidiosi “dovrei proprio mettere mano a…”, sono stati domati dalla semplice operazione di semplificarli in una serie di azioni successive, piccole, concrete fattibili. Fai una telefonata, scrivi un pezzo di software, leggi dieci pagine: in una giornata si possono completare molte azioni, e fare così avanzare per davvero un po’ i propri progetti. E siccome il cervello umano non è adatto per il multi-tasking, risulta molto più pratico dedicare un po’ di tempo consecutivo a fare tutte le cose dello stesso tipo: tutte le telefonate, tutti i moduli da compilare, tutte le operazioni bancarie, tutte le cose da fare in posta, tutte le discussioni che posso fare subito dopo quel meeting con le persone che ci vanno normalmente. Sembra banale, ma spesso una sacco di tempo viene perso in passaggi troppo frequenti tra un contesto e l’altro.

(continua)

Delegare, semplificare, ridurre. Punto primo Marzo 12, 2008

Inviato da Marco in : Idee e sperimentazioni, Life hacking, Scienza e dintorni , 2 commenti

Dov’ero rimasto? Si parlava di recuperare un tempo di concentrazione e tranquillità, riducendo sistematicamente le interruzioni e aborrendo religiosamente ogni forma di multitasking. Porte chiuse, niente laptop ai meeting, email spento mentre si lavora, un buon posto dove nascondersi. Idee che funzionano, ma che da sole non sono la soluzione definitiva. Il punto nodale è la natura stessa del lavoro (intellettuale) moderno: per quanto si tengano chiusi porte o computer o telefoni, il flusso di informazioni in ingresso, da gestire in qualche modo pena l’esserne sommersi, è sovradimensionato rispetto agli standard del passato. Quanti articoli di fisica delle particelle vengono pubblicati giornalmente sugli ArXiv oggi? In media, una trentina. Quanti email (da leggere sul serio, spam escluso) riceve al giorno un fisico delle particelle quadratico medio di una collaborazione di LHC? Probabilmente almeno una trentina. Quanti progetti di analisi sta seguendo? Diciamo un paio nel migliore dei casi. Quanti articoli sta collaborando a scrivere in un momento a caso dell’anno? Facilmente uno o due. Come fare a stare dietro a tutto senza impazzire, o essere obbligati a vivere in ufficio, o dormire tre ore per notte? La risposta potrebbe stare in tre (semplici? magari!) regole di base: delegare, semplificare, ridurre.

Ci sono un sacco di teoria, libri e siti web che parlano di organizzazione del tempo e produttività. Spesso parlano la lingua roboante dei corsi motivazionali, e altrettanto spesso intorno a questo o quel guru dell’organizzazione nasce qualcosa di fastidiosamente simile a un culto: motivi sufficienti per tenersene alla larga. Epperò sotto la superficie mi sembra di aver trovato qualcosa di interessante. Dalle mie esplorazioni ho ritenuto queste tre idee di base, dalle quali fare discendere le proprie buone pratiche organizzative.

Delegare. Il cervello umano è un pessimo organizzatore. Il cervello eccelle nel pensiero creativo o scientifico, nella creatività o nel pensiero analitico. La sua forza è la memoria a brevissimo termine (per le operazioni immediate) e quella a lungo termine (per l’invenzione, l’analisi o la sintesi). La memoria a medio termine è per qualche motivo quella meno efficiente: il cervello sembra non essere fatto per ricordare a se stesso che deve fare una cosa un paio di giorni dopo averla decisa: per questo abbiamo calendari, agende e taccuini! Se lasciamo alla nostra mente da sola il compito di ricordarsi cosa dobbiamo fare, saremo perennemente disturbati da piccoli messaggi che arrivano nei momenti meno opportuni (è un’esperienza che sono sicuro conosciate: pensate adesso “devo ricordarmi di fare questa cosa”, e vi tornerà in mente in modo più o meno casuale nelle prossime ore, quando meno vi serve. O ve lo dimenticherete). Se la mente impegnata a ricordarsi (in questo modo molto così inefficiente) cosa dovrebbe fare, rimane poco spazio per la concentrazione e il pensiero creativo. La sola soluzione è delegare a un qualche tipo di sistema di memorizzazione (un’agenda, un taccuino, un software più o meno complicato) quello che dobbiamo ricordarci di fare. Tutto quello che dobbiamo ricordarci di fare, in modo da lasciare spazio ai pensieri interessanti. Il sistema (ognuno dovrà trovare il migliore per se, al limite vi racconterà il mio) dovrà qualcosa di cui il vostro cervello si fidi a sufficienza da svuotarsi per davvero dall’incombenza di ricordarsene. Se non guardate mai la vostra agenda, sarà difficile convincere il vostro subconscio a non ricordarvi ogni due ore del prossimo meeting importante. Avete presente quando dovete prendere un aereo presto la mattina dopo, e il vostro cervello apparentemente smette di fidarsi della sveglia e continua a farvi aprire gli occhi ogni due ore per essere sicuro che non perderete il volo? L’idea è eliminare questo tipo di interruzioni in ogni campo: trovare e mettere in piedi il proprio sistema fidato per svuotare la mente da tutti le cosa da ricordare è il primo passo per smettere di essere ossessionati dalla quantità di cose da fare. Saranno lì, nell’agenda, nel taccuino, nel computer, raccolte e ben organizzate, pronte a saltarmi davanti agli occhi al momento opportuno come un messaggio da parte del mio io passato: “ora dovresti occuparti di questo”. Ma per adesso fuori dalla mia mente, libera di occuparsi d’altro. Ed è importante che le si abbia raccolte tutte, perché una cosa come “finire l’articolo per NIM” occupa tanto spazio nel retrobottega dei nostri cervelli quanto “ricordarsi di pagare la fattura del gas”.

(continua)

Ridurre le interruzioni, abolire ogni forma di multitasking Febbraio 29, 2008

Inviato da Marco in : Idee e sperimentazioni, Life hacking, Scienza e dintorni , 1 commento finora

Cominciamo dal CERN. Lavorare al CERN implica tutti i privilegi dell’essere residenti in un grande laboratorio: praticamente tutte le persone che contano all’interno del mio esperimento sono stanziali qui, o passano di frequente da queste parti. Una rapida discesa alla caffetteria del building 40 mi permette di incontrare al volo lo spokesman di ATLAS, il physics coordinator, il guru massimo del software, il responsabile dell’installazione del rivelatore o il (futuro) run coordinator: le possibilità sono infinite, lo scambio di informazioni rapido, i canali informali efficienti.

Purtroppo queste sono esattamente le ragioni per cui i membri delle collaborazioni di LHC vengono al CERN frequentemente per le famose “qualcosa”-week (dove “qualcosa” può essere ATLAS, CMS, uno dei loro sotto sotto-rivelatori, “Trigger and Physics” o altra simile amenità: ce n’è per tutti i gusti!). Il che genera un effetto collaterale piuttosto spiacevole: tenendo conto che per un residente al CERN ci sono circa 3 utenti non residenti, e che circa una settimana su tre (a essere ottimisti!) è impegnata da meeting per i quali la gente si sposta dal proprio istituto per venire qui, e aggiungendo infine che questi meeting si tengono principalmente proprio nel building 40 dove sta il mio l’ufficio, provate a immaginare il casino e il via vai continuo! A tutto questo dovete aggiungere il fatto che il visitatore medio, essendo in trasferta, vuole giustamente approfittare del fatto di essere al CERN per parlare di persona con chi sta qui. Per cui tende a sbarcare nel mio ufficio al primo momento libero, per discutere qualcosa con me o con i colleghi con cui condivido lo spazio.

Il risultato sconsolante è che, tra i meeting veri e propri e le interruzioni da pellegrini in visita, ci sono intere settimane in cui è impossibile ritagliare uno spazio di lavoro solitario e concentrato più lungo di mezzora. Come si fa dunque a fare un conto, a scrivere più di due righe, a leggere un articolo? E’ moooolto difficile. Negli ultimi tempi mi sto sforzando di mettere in atto una strategia sistematica per ridurre le interruzioni e le fonti di distrazione, e (tentare di) ottimizzare la concentrazione. Ecco cosa ne sta venendo fuori per ora.

Ridurre i meeting a cui vado. Le riunioni in sé sono la prima fonte di interruzione: ho deciso dunque di andare solo più a quelle strettamente necessarie, o veramente interessanti. Il punto è che, siccome praticamente tutti i meeting di ATLAS si tengono al CERN, è un po’ come se gli incontri al vertice si facessero sempre a casa mia: la tentazione di essere presente sempre “tanto devo solo scendere alla sala conferenze un piano sotto il mio ufficio” è forte. Ma questa è una degenerazione tipica delle grandi collaborazioni: troppi tra noi fisici hanno la sensazione che il solo essere presenti a un meeting costituisca un contributo al lavoro. Falso, beeeeep, mi spiace: spesso è solo la forma estrema di procrastinazione. Non bisogna confondere busyness con productivness. Il punto al limite è come selezionare le riunioni a cui andare. Per questo può aiutare il prossimo buon proposito:

Andare ai meeting senza laptop. Insieme alla proliferazione insensata dei meeting, questa è l’altra malattia genetica della mia generazione di fisici: chiunque ha ormai un laptop, e l’accesso wireless alla rete è dappertutto. Risultato: la metà delle persone presenti a un meeting non sta ascoltando lo speaker, nella migliore delle ipotesi sta lavorando o rispondendo agli email, spesso semplicemente surfa il web. La tentazione di aprire il proprio computer sulle ginocchia è troppo forte, lo so per esperienza: si finisce facilmente anche solo a guardare in anticipo le trasparenze dell’intervento successivo, se non a controllare lo stato dei propri programmi di analisi. O magari si prepara la propria presentazione per il meeting dopo! Purtroppo però il cervello umano non è fatto per il multitasking (provate a leggervi questo e magari anche l’articolo correlato): l’attenzione condivisa scema in un attimo, passare dall’ascolto alla scrittura alla lettura è faticoso e dispendioso in termini di risorse, e alla fine si è seguito poco del meeting a cui si era presenti, e insieme fatto poco di quello che si credeva di combinare. Siccome la carne è debole, per me la soluzione radicale rimane la migliore: lasciare il laptop in ufficio, e presentarsi alle riunioni solo con carta e penna come si faceva nel passato. Paradossalmente, questa attitudine (mi) spinge a selezionare oculatamente i meeting a cui andare, perché non si ha più la scusa di “lavorare un po’ perché questa presentazione è noiosa“. Bizzarro, ma funziona.

Chiudere la porta, saltuariamente sparire. Sono sempre andato fiero della porta del mio ufficio sempre aperta, perenne simbolo di una disponibilità continua al dialogo, la discussione, l’aiuto: il problema è che questa disponibilità genera la processione che menzionavo. Da qualche settimana sto sperimentando la tecnica della porta chiusa: quando non voglio essere (troppo) disturbato chiudo fisicamente la porta dell’ufficio. La mia porta ha un oblò di vetro attraverso il quale chiunque può verificare se ci sono (specie il mio capo!). Incredibilmente, la porta chiusa è però sufficiente a scremare una buona parte delle visite: lancia il messaggio “ci sono, ma forse non voglio essere interrotto”, e la soglia di urgenza deve essere più alta perché il visitatore bussi. Sto anche considerando di aggiungere un livello superiore, un qualche tipo di cartello scherzoso che dica esplicitamente “state alla larga” per i casi estremi. Nell’attesa, proprio in questi casi estremi preferisco sparire io. Una volta alla settimana (e ancora non ho fissato un giorno, ma credo che formalizzerò la cosa) mi prendo un pomeriggio per andare nella biblioteca del CERN a leggere gli articoli rimasti inevasi o a far di conto. Niente computer, niente telefono. Un post-it sulla porta informa i colleghi, e la distanza tra il building 40 e la biblioteca del CERN è tale che solo una vera emergenza (il calorimetro di ATLAS a fuoco?) potrebbe convincerli a venirmi a cercare. Caldamente consigliato a tutti, cercate il vostro rifugio e nascondetevici sistematicamente.

Dire “no”, dare appuntamenti alle persone. Un collega si affaccia alla mia porta e chiede: “hai cinque minuti?”. Io che sono gentile e disponibile rispondo “Certamente!”. La scena si ripete più volte al giorno, e raramente i cinque minuti sono cinque: facilmente queste discussioni informali raggiungono la mezz’ora. All’interruzione e alla perdita di concentrazione si aggiunge la perdita di tempo. E allora mi sto esercitando a rispondere “Adesso no. Di cosa volevi parlare? Perché non fissiamo un appuntamento?”. In questo modo - magia! - posso sapere in anticipo cosa interromperà la mia giornata e regolarmi di conseguenza, e soprattutto posso raggruppare gli incontri in modo da avere una giornata dedicata alle discussioni, un’altra completamente libera. Ovviamente rimane un certo grado di casualità, ma sembra funzionare. E, sorpresa, le persone non si offendono a sentirsi dire “non adesso”, perché essere messi in agenda fa percepire loro che il tempo che dedicherò è un tempo scelto, di qualità, non rubato ad altro, personalizzato.

Eliminare le altre sorgenti di interruzione e distrazione. Ding! you have new mail” che risuona ogni tre minuti per tutto il giorno può gratificare l’ego, ma se si passa l’intera giornata al computer diventa tremendamente fastidioso. Non è il suono in sé a disturbare, ma la tentazione continua di andare a vedere cosa è arrivato: leggere e rispondere agli email in modo casuale, seguendo il ritmo dell’arrivo dei messaggi, è tremendamente inefficiente. La soluzione? Client di posta elettronica chiuso, ed evasione dei messaggi in maniera sistematica non più di 3 o 4 volte al giorno.

E a questo punto dovrei cambiare argomento e parlare dell’efficienza di raggruppare le cose da fare per contesto, e dunque del sistema organizzativo di David Allen e compagnia, delle todo list tematiche, delle tecniche per processare le informazioni e del mio nuovo splendido Inbox completamente vuoto! Ma per tutto ciò ci vorrà un post a parte.

La giornata della lentezza, in ritardo Febbraio 28, 2008

Inviato da Marco in : Idee e sperimentazioni, Letture e scritture, Militanza , aggiungi un commento

Apparentemente tre giorni fa, il 25 febbraio, era la Giornata della Lentezza. Come è probabilmente giusto che sia, io me ne sono accordo in ritardo! Che l’universo stia tentando di dirmi qualcosa? In ogni caso trovo che l’occasione si sposi bene con le mie velleità di ripensare il tempo e il suo uso. E quindi, per festeggiare l’occasione, eccovi qui un estratto dell’articolo di Michele Serra dell’11 febbraio scorso sull’argomento (ma prendetevi il tempo di leggerlo tutto):

Allo stesso modo del relativismo etico, il relativismo cronologico non merita di essere bollato come piaga post-moderna. Merita di essere vissuto e governato, per quanto riusciamo: è una condizione nuova, ancora semi-sconosciuta, produce le sue vittime, anche i suoi mostri, ma ci offre la vertiginosa opportunità di disporre nel nostro tempo. Ci carica, anche, di responsabilità maggiori: se facciamo scialo di questa libertà, se la viviamo da ingordi, e ingurgitiamo bulimicamente il tempo fino a scoppiarne, è solo colpa nostra. Dobbiamo imparare a regolare l´aspro, contraddittorio rapporto tra ambizione e serenità, tra bisogno di successo e bisogno di riposo.

e un simpatico video sull’iniziativa scovato grazie a Giornalismo d’altri:

Immagine anteprima YouTube

Infine, consigli per la lettura:

A presto, ma non troppo in fretta…

Rivedere le priorità, ripensare il tempo Febbraio 25, 2008

Inviato da Marco in : Famiglia, Geek attitude, Idee e sperimentazioni, Life hacking, Scienza e dintorni , 7 commenti

L’arrivo di un figlio cambia la vita, e il cambiamento non ve lo vengo mica a raccontare su queste pagine, che è una cosa troppo intima e grossa per chiacchierarne pubblicamente. Epperò ci sono alcune riflessioni legate all’approdo di Giulia che potrebbe valere la pena discutere qui, e ho deciso che per queste farò un’eccezione. Tra le tante, una delle conseguenze di un nuovo membro della famiglia c’è il cambiamento radicale dell’organizzazione del tempo, in particolare di quello lavorativo.

Premessa: Giulia per ora (incrociamo le dita) sembra voler concorrere al premio “neonato modello”: mangia bene e tanto, piange il giusto e lecito e nulla più, ultimamente (ed ha a malapena due mesi) dorme serenamente sette o otto ore per notte: dunque Irene ed io non abbiamo occhiaie pazzesche, io non mi addormento durante le riunioni, e riesco a lavorare circa quanto e come prima. Ma. Ci sono attività che popolavano le mie giornate lavorative che non posso (e voglio!) più permettermi. Nel passato pre-Giulia era abbastanza normale riservare alcune delle attività tipiche del mestiere di ricercatore alle sere o ai weekend, attività che ora non sono più assolutamente all’ordine del giorno. La calma della sera era spesso spazio per la lettura di un articolo stampato all’ultimo minuto prima di uscire dall’ufficio, o alla correzione di un testo, o alle risposte alle email rimaste inevase durante la giornata. Chi scambierebbe una qualunque di queste attività con il bagnetto della propria figlia, il canto della ninna nanna, due chiacchiere con la moglie, il cambio di un pannolino? Non io. Eppure non posso mica smettere di tenermi aggiornato su quello che succede nel caotico mondo della fisica delle particelle, o lasciare che nella mia posta elettronica si accumulino decine di messaggi.

E allora, più o meno dall’inizio dell’anno, ho iniziato a riflettere su come organizzare meglio il mio tempo, rendere più efficienti le mie ore in ufficio, gestire i miei contatti, minimizzare le interruzioni che sembrano inevitabili per chi come me lavora la building 40 del CERN, meta del pellegrinaggio semi-continuo di tutti gli adepti di ATLAS e CMS. A due mesi di distanza, dopo avere visitato parecchi siti web dedicati all’organizzazione del tempo, aver comprato e letto Getting Things Done di David Allen, aver ascoltato un interessante podcast di un fisico dell’MIT sull’argomento, aver rivisto il mio sistema di todo list e fatto una serie di buoni propositi su come spendere e mie giornate al CERN sono pronto a trarre qualche conclusione intermedia. Restate sintonizzati, ce n’è d’interessante anche se non avete (ancora) prole.